Salvini: politica, propaganda e inferno

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Per un periodo della mia vita c’è stata una cravatta a farmi compagnia, durante il lavoro, chiusa il più delle volte in borsa. Col pc, la moleskine, le penne e la macchina fotografica lei se ne stava buona, arrotolata su sé stessa. Lavoravo a un centinaio di metri da Montecitorio e mi capitava di andare lì, al palazzo, per le conferenze stampa: la cravatta, una volta dentro, doveva far parte della mise, e a gruppetti spesso le tiravamo fuori mentre, sulla porta, gli uscieri controllavano l’aspetto con fare vagamente annoiato, prima di passare ai documenti. È stato un bel periodo, anche se faticoso. Una volta mi intrufolai fra i fotografi per riprendere il Consiglio dei Ministri prima della conferenza, salvo sentirmi tirare dal collo da un usciere che considerava la mia piccola Canon decisamente fuori luogo per un ambiente di fotografi veri.

Sì, mi capitava di provare a curiosare lì, dentro quelle sale, fra corridoi lunghissimi e stanze e stanzette. Ogni tanto ci entravo, nelle stanze, per realizzare o seguire delle interviste, e in quel caso potevo assistere, fortuitamente, a improvvisate riunioni fra gruppi. Conservo ricordi singolari di queste riunioni, ricordi che hanno fatto maturare un’idea di politica abbastanza differente da quella che avevo annidato nella mia testa durante gli anni universitari. Perché non erano rari i ragionamenti costruiti unicamente sul concetto di do ut des, al netto delle ideologie, e a volte rimanevo colpito da alcuni esponenti dei partiti più vicini alle mie idee che facevano quasi i conti col pallottoliere pur di portare a casa una mozione, sacrificandone magari due o tre sulle quali uno come me avrebbe fatto le barricate. Insomma: pensavo ai ragionamenti nelle piccole sezioni locali che venivano accartocciati in discussioni di profitto politico, con veri e propri scambi da mercato delle idee. Questo, chiaramente, avveniva ad ogni latitudine: destra, sinistra, centro e sfumature varie.

Cominciai, da allora, a considerare la politica come andrebbe considerata. In modo realistico, quello fondato sulla storia. E oggi ci ripenso. Ripenso a cosa è la politica. A cosa sono i partiti e a come ci si muove nelle lotte per ottenere un successo. E ci ripenso perché continuo ad osservare, senza cravatta ma con la stessa curiosità di allora, le mosse del Governo attuale, quello chiamato “gialloverde”. Non ci vedo più politica. Non riesco a vedere manovre dietro i proclami. Vedo una instancabile, continua propaganda. Che è diversa, totalmente diversa, dalla politica. Treccani ci dice che la propaganda è “un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto”. E questa non è politica.

Brandire i simboli di una religione non è fare politica: è chiara propaganda. Far leva sul dogma, sul rispetto antico e annidato nelle coscienze dei più in un Paese che contiene il Vaticano significa tentare di accrescere il consenso, e basta. Non c’è niente di religioso, niente di sacro, niente di spirituale. Tutto il contrario. Perché anche il più debole ragionamento renderebbe chiaro come questo modo di fare sta all’antitesi della religione: sfruttare le coscienze offrendo una visione parziale e chirurgicamente privata dei concetti fondanti va contro la religione stessa. È una bugia, per dirla con semplicità. Con la stessa semplicità con cui si parla di crocifissi.

Salvini nei fatti si comporta andando contro quello che è predicato nei Vangeli, e sulla carta lo si potrebbe non far notare, se non fosse che sfrutta proprio i Vangeli per comportarsi in quel modo. E allora che gli volete dire ai preti che scrivono “rispetto a quanto accade non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi”? Che gli volete dire a quelli che pubblicamente affermano “non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”? Gli volete parlare dei pedofili, delle opulenze, del massacro del tredici ottobre del 1307?  E che c’entra? Che c’entra con la religione? A essere pedofili sono gli uomini, così come a sfruttare le ricchezze. La religione è un’altra cosa, ed è abbastanza retorico ricordare che di sacerdoti venuti su come dio ha comandato ce ne sono tanti. E la religione in quel caso è dalla loro parte. Va riconosciuto, che uno sia credente o meno. Io quelle parole le sento pronunciate da loro, da quei sacerdoti. Dalle loro periferie, dalle loro missioni. Non è umanamente accettabile un uso distorto della religione, qualunque essa sia. Insomma: piombare indietro di 1700 anni, ai tempi della battaglia di ponte Milvio con Costantino che vede la croce in cielo e lo dice in giro per mostrarsi invincibile, non è davvero plausibile. Non è plausibile farlo, e farlo solo per giustificare la parte peggiore della coscienza dell’Italia. Anche perché oggi a vincere con quel segno, cioè sotto il simbolo di un uomo che sulla croce dona speranza al ladro che ha accanto dicendo che se lo porterà in paradiso, non può essere chi se la prende coi disperati. Insomma: se un altro mondo c’è e voi ci credete e lo predicate, e allo stesso tempo inneggiate all’uomo dei crocifissi nei porti, brucerete all’inferno. Magari nel girone degli stronzi.

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Di numeri, legalità e demoni contemporanei

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Erano gli anni Ottanta, intorno alla fine del decennio. O forse i primi anni Novanta. Vedevamo il telegiornale locale, l’ultima edizione della sera, con la tv che era in bianco e nero e ogni tanto sfrigolava come le uova in padella. Udimmo dei rumori in sequenza, e dato che si avvicinava capodanno dissi a mio padre che si trattava di sicuro di petardi. L’urlo che seguì quei rumori, però, rivelò una verità diversa: avevano ammazzato un uomo, quello che abitava al piano di sotto. Gli spararono alle spalle mentre infilava la chiave nel portone, nel disperato tentativo di andarsi a rinchiudere in appartamento. Fu esattamente sotto la mia stanza. E quella notte non dormì. Ma non per la sorpresa di una omicidio di mafia: in realtà sotto le coperte continuavo a chiedermi come mai il sangue non fosse del tutto liquido come immaginavo, perché quando avevo guardato da vicino il corpo riverso a terra – prima che qualcuno si accorgesse che nella confusione dei curiosi mi ero infilato pure io, decidendo quindi di tirarmi via – ero riuscito a osservare bene la chiazza che si allargava lentamente sotto il corpo, valutandone lo strano spessore che sembrava avanzare sull’asfalto. Riflettevo su quello, perché di morti ammazzati in zona ne avevo già sentito parlare tanto e la cosa non mi aveva sorpreso.

Sono cresciuto in una periferia siciliana, e alcuni dei ragazzi coi quali giocavo a pallone nelle piazze, coi quali scherzavo e litigavo, ora sono in carcere, qualcuno con più di un omicidio addosso. E altri sono morti. Certo, non vivevo in un covo di mafiosi, e la Sicilia non era e non è un contenitore di malavita, ma quegli anni, gli anni Ottanta e in buona parte i Novanta, furono una palestra durissima per chi si preparava ad entrare nell’adolescenza in una periferia del catanese. Finire dall’altra parte sarebbe stato facile. Feci le mie scelte.

Fu in quel periodo che caddero il 284 e il 285. O il 285 e il 286. Insomma, il numero sarebbe da collocarsi lì intorno. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: sono loro quei numeri. C’è un elenco presente on line, su progettolegalità.it, che racchiude le vittime italiane delle organizzazioni criminali come mafia o ’ndrangheta: si tratta di donne e uomini caduti nella lotta ai malavitosi. L’elenco non contiene i morti appartenenti alle stesse organizzazioni: il tipo ucciso sotto casa mia, mentre vedevamo quel tg in bianco e nero, non è presente. Aveva deciso, lui, di stare dall’altra parte, e lo aveva deciso prima di quegli anni Ottanta e Novanta, visto che non poteva considerarsi più un adolescente.

Gli omicidi, in quell’elenco, partono dal 1905, quando ad essere ucciso fu Luciano Nicoletti, contadino, vittima di mafia, e arrivano all’11 luglio 2008, con l’imprenditore Raffaele Granata, freddato dalla camorra. Negli anni Ottanta si contano ben 112 nomi, e scendono solo di tre unità nel decennio successivo. Nel 2000, però, arrivano a 15, per poi spegnersi nel decennio che viviamo. Vi state chiedendo cosa significhi questo? Beh, potrebbero esserci diverse risposte, e di certo io non ho le competenze per darle. È evidente, però, che dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino qualcosa cambiò: la metà degli omicidi degli anni Novanta avvenne nei primi tre anni di quel decennio. Ci vollero sette anni poi per eguagliare quei numeri, e il trend andò via via abbassandosi. Se la scia di sangue fosse cresciuta con la costanza della fine degli Ottanta e dei tre anni successivi, probabilmente avremmo contato anche duecento vittime. Ma qualcosa cambiò. I numeri parlano chiaro. Certo, la malavita organizzata è ancora in vita, vigorosa, ma insieme a lei è cresciuta la coscienza critica della gente comune. È cresciuta al punto da far discutere di sé, con le questioni ossimoriche della mafia dell’antimafia. Ma il punto non è questo. Quando la tv di casa mia era in bianco e nero e i tg erano pochi si sentiva parlare dei morti di mafia e la mafia era una possibilità, e lo era perché comunque non se ne parlava davvero. Non veniva affrontata. L’uomo ucciso sotto casa e i ragazzi coi quali giocavo a pallone stavano in mezzo a quel silenzio, e fecero una scelta dettata anche dalle poche opportunità per saperne di più. Da quel 1992 cominciò a crescere la coscienza critica, sorsero le opinioni e le parole iniziarono a diffondersi con una forza maggiore.

Sì, potrebbe apparire retorica facile, ma allora accadde qualcosa che – sebbene trovo sia davvero difficile capire e spiegare senza avere i giusti mezzi per comprendere davvero – fece scendere i numeri nell’elenco, e offrì una possibilità.

Oggi, ogni 19 luglio, in memoria dell’attentato a Paolo Borsellino celebriamo la Giornata della Legalità, ed è importante. Le parole ogni 19 luglio diventano più forti, e hanno la possibilità di attecchire meglio, soprattutto nei ragazzi. I ragazzi della stessa età degli amici coi quali tracciavo i pali della porta ai lati dei portoni delle chiese chiuse. È dentro di loro che sta il cambiamento, e se qualcosa ha funzionato, dopo il 1992, può succedere anche adesso. Può succedere ora che assistiamo alla diffusione di un nuovo fenomeno, pericoloso quanto l’assenza di coscienza critica sulla mafia: la diffusione dell’odio virtuale. Educare alla legalità significa anzitutto educare, offrire i mezzi per comprendere quello che è sbagliato. In un giorno votato a questo, in memoria di chi per la legalità morì, la diffusione dei concetti di giustizia sociale è fondamentale. Perché se la mafia ha dovuto tirare indietro la mano è possibile anche che chi diffonde odio, in questi tempi cupi per il vivere civile, trovi un terreno sempre meno fertile, fino a marcire. D’altronde c’è sempre qualcosa di cui si parla meno di quanto si dovrebbe, qualcosa che si affronta male e che ci fa correre il rischio di trovarci davanti nuovi demoni annidati nelle coscienze dei più giovani. Educare alla legalità significa formare le coscienze critiche. E la memoria dei grandi è un’arma formidabile se affidata al buon senso. Perché non siano solo elenchi, non siano solo numeri. E non siano solo post.

Da Miglio a Musumeci: la lucida incoerenza di Salvini

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Gianfranco Miglio ci sta vedendo adesso realizzare i frutti di una vita di studi, di lavoro, impegno e sacrificio”. Così un verdissimo Salvini, dal luogo dove circa nove secoli orsono – secondo leggenda nordica – alcune città del Nord diedero vita alla Lega Lombarda, ha riempito gli occhi di migliaia di fedeli accorsi per vedere il loro ministro dell’Interno, già premier nel cuore di molti oltre che nei cartelli, nelle barbe, nei sorrisi, financo forse nelle corna posticce. Salvini sta quasi realizzando il sogno dei leghisti, con tanto di rilancio di una sorta di superlega europea, una cinematografica “Lega delle Leghe” che al solo pensiero ha mandato in visibilio i più.

In questo tripudio nordico il segretario/ministro ha omaggiato il passato citando – come detto – la storia della Lega, ossia Gianfranco Miglio. C’è un problema, però, che risulta doveroso affrontare, ed è un problema che risiede proprio nel concetto di ‘passato’. Bisognerebbe chiedere, al segretario del più storico degli attuali partiti italiani, come ci si debba comportare – noi amministrati dall’arringafolle – con la memoria. Se resettarla, cioè, o modificarla, tagliarla, cucirla, bollirla, friggerla, usarla come suola da scarpe. Perché non è che sia facile digerire uno che la usa come gli pare sbattendocela in faccia ai raduni e poi nascondendola quando diventa un problema. Perché Gianfranco Miglio rappresenta il paradosso estremo di Matteo Salvini. Per essere chiari: citare Miglio e avere come ospite sul palco Nello Musumeci è un ossimoro che manco Kundera ne “L’insostenibile leggerezza”.

Miglio può essere considerato il padre politico della Lega, padre che poi ripudiò il partito generato considerandolo rammollito e preferendogli un più estremo “Partito Federalista”. A Miglio l’Italia unita pareva una follia ingovernabile, al punto da arrivare ad auspicare per il Sud un governo considerato rispettabile (la mafia depurata in “clientelismo buono”) infilandolo in una ipotetica costituzione ad hoc: “Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. Insomma: a Miglio la Lega senza “Nord” avrebbe fatto venire l’orticaria. Figurarsi la Lega delle Leghe, lui che vedeva gli Stati moderni soppiantati da comunità neofederali. Ecco perché di ‘evoluzione’ non c’è nulla nella visione politica di Salvini, che parla degli insulti ai meridionali come se appartenesso al passato di un adolescente: dividi et impera è e resterà sempre il marchio del suo operare, e il pensiero fondante di Miglio in fondo scorre nelle sue vene, al di là della Sicilia e dell’Africa. È una lucida, lucidissima incoerenza la sua. Ed è solo e soltanto sua.

Il segretario leghista a Pontida ha tirato fuori il vecchio politologo quasi fosse una figura eterea, annacquandola nel mito del giuramento contro il Sacro Romano Impero del Barbarossa ed esponendola al pubblico applauso. E tutti lì ad osannarlo i suoi, con una visibile parte di elettori provenienti del centro-sud (qualcuno con tanto di stand sul suolo pontidese), gli stessi elettori che all’etereo Miglio avrebbero fatto venire in mente quell’assurdo “clientelismo buono”. La Lega veleggia, oggi, verso percentuali sempre più alte di voti, guardando all’Europa e usando un efficace “mammaliturchi” come concime per le urne, e c’è da chiederci se ce la meritiamo, noi tutti, mentre Salvini sciorina verità tutte sue che non appartengono alla storia. Perché è abbastanza evidente che l’apertura al Sud ha lo stesso scopo della chiusura dei porti: cambiando l’ordine dei respinti, il risultato non cambia. Prima a puzzare erano i napoletani, oggi i napoletani vanno a Pontida. Come i catanesi, i foggiani. E la puzza viene dall’Africa.

È una sistematica cancellazione e rivisitazione della memoria, con la promessa di un trattamento privilegiato rispetto a chi pretenderebbe di invaderci o di fregarci con oscure manovre bancarie orchestrate da gruppi segreti e potentissimi.

Il ministro dell’Interno, forte di una base di fatto appiattita su posizioni rigide e su una pesante assenza di autocritica, auspica un trentennio di vittorie leghiste, dipingendo un futuro europeo per i suoi. Ma se c’è una cosa che la storia non smette di insegnare è il valore della memoria, che fagocita anche i più grandi movimenti. Perché il tempo è galantuomo, e non ha coordinate spaziali sulle quali costruire castelli di carta.

Il buco col fascismo intorno

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Luciano Canfora, storico elzevirista del Corriere della Sera, qualche giorno fa in un pregevole articolo sul giornale di Fontana chiariva che il fascismo è vivo, e lotta contro di noi. Scrive, Canfora, della sua “capacità di riproporsi in forme aggiornate ben al di là delle formazioni esplicitamente neofasciste e perciò marginali”, spiegando che il proliferare di questa riproposizione è agevolato, in questo periodo, “dal baratro che si è venuto aprendo tra «sinistra» e «popolo»”.

Un baratro, un buco del quale sempre più spesso si sente parlare. Come un limbo, una enorme massa buia e impalpabile dentro la quale in molti si sentono precipitati e si ritrovano a galleggiare senza distinguerne contorni, rumori, odori. Lo smarrimento sembra essere il tratto distintivo che accomuna chi si ritrova annegato senza vedere una soluzione per tirarsi fuori. Chi ha visto lo strepitoso “Scappa – Get Out” di Jordan Peele potrebbe riconoscersi nel povero Andre che, sotto ipnosi, precipita nel “mondo sommerso” senza riuscire a riemergere nonostante gli sforzi.

Pensandoci, però, la soluzione non è venirne fuori. Fuori ci sono i nazionalisti difensori del popolo che aizzano le masse contro i poveri che vengono dall’esterno e contro i ricchi che si muovono in una mai definita oscurità europea, e difficilmente lì in mezzo ci si può riconoscere in qualcosa di diverso dalle urla e dal sempre più avanzante analfabetismo funzionale. È lì dentro, quindi, che bisogna rimanere, e perciò riconoscersi, organizzarsi, accendere una luce e iniziare a costruire.

Qualche settimana fa, nei giorni in cui il Governo definito “gialloverde” prendeva forma chiudendo in un epilogo stancante la surreale rappresentazione dell’incoerenza e del pressapochismo, presentavo un libro dal titolo vagamente nostalgico “Che fare?”. L’autore, Luigi Savoca, avvocato con una corposa storia nella sinistra italiana, attraverso un’ampia analisi sociale ed economica del secondo Novecento si chiede fra quelle pagine come fare per trovare un’identità di sinistra che non sia quella di falliti esperimenti partitici – come l’italiano Pd o il francese En Marche, mi vien da dire – ma che trovi nelle radici storiche e scevre dall’evoluzionismo elettorale che ha inseguito sé stesso nei decenni una ragione d’essere tale da accomunare i dispersi con semplicità. Alla fine della presentazione si è discusso di soluzioni, di riposte possibili a quel “che fare?”, senza però andare oltre un confuso dibattito su banche, economia, Cina, Russia, D’Alema il distruttore che resta sempre furbo e gli intellettuali che alla fine non hanno una vera utilità. Insomma: nessuna risposta.

Eppure non dovrebbe essere difficile: i principi di uguaglianza sociale, la necessità della cultura e del ritrovamento dell’onestà intellettuale, la capacità di autocritica e il rifiuto di qualsiasi estremismo a favore di una corretta analisi delle persone e delle capacità individuali dovrebbero essere principi non complessi sui quali cominciare a costruire. E allora cosa c’è di difficile? Cosa manca? Beh, probabilmente bisogna concentrarsi, tra le altre cose, su un elemento in merito al quale ci si è trovati d’accordo alla fine di quella presentazione: la mancanza di una figura di riferimento. Non c’è, non si trova. Qualcuno che conosca bene la complessità della situazione attuale avendo consapevolezza del passato e sappia parlare a chiunque senza salire su alcun piedistallo. Sì, potrebbe apparire la più retorica delle utopie, ma è talmente semplice da complicarsi da sola.

Perché in fondo i mezzi per venire fuori dall’avanzata del buio ci sono. Quante volte, in un solo giorno, si leggono sui social accuse che cercano di trovare legittimità nell’ignoranza? E le stesse, in quantità minore, circolano per strada, fra le piazze. La conoscenza viene additata come male, quasi fosse la veste di una crudeltà complice del disagio economico e sociale, crudeltà nei confronti di chi si ritiene costretto all’ignoranza, quella stessa ignoranza rivendicata un giorno sì e l’altro pure con un moto d’orgoglio. Basterebbe prenderla in mano, la conoscenza, e usarla senza abusarne, senza gonfiarla. Usarla per correggere il tiro, per riempire i vuoti. E dovrebbe farlo, sopra gli altri, qualcuno capace di zittire la confusione, i mugugni, le lagne, gli scherni, il senso di superiorità arrembante.

Perché sapere di non sapere può tornare ad essere la base della conoscenza. E può liberarci. Così magari in futuro non ci troveremo con un plebiscito a favore di un programma di governo che a tratti contraddice la storia della nazione e urta coi trattati internazionali, con un ministro degli Interni che fa leva sulla paura più che sulla speranza, con un ministro delle Infrastrutture che chiede ai Governi di intervenire su Organizzazioni non Governative, con un ministro per il Sud che dà la colpa dell’aumento del Pil ai condizionatori, con un ministro della Salute paladino – quasi suo malgrado – dei “no vax”, con sottosegretari che inneggiano all’Etna o considerano un complotto l’allunaggio. E chi più ne ha, per carità divina, se li tenga.

Di mafia, retorica e coerenza

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“Contrasteremo con ogni mezzo le mafie aggredendo le loro finanze, le loro economie”. Sono bastate tredici parole sulla mafia per far alzare l’aula del Senato e far partire un minuto e quindici secondi di applausi, col premier Conte compiaciuto, tanto da trattenere visibilmente un sorriso. Non so voi, ma a me ha ricordato il sorriso dell’agente federale Eliot Ness, interpretato da Kevin Costner, nella scena finale de “Gli intoccabili”, quando l’avvocato del memorabile Al Capone di De Niro dichiara, in un momento di pesantissimo silenzio, “Vostro onore vorremmo ritirare la dichiarazione di non colpevolezza, e dichiararci colpevoli”: tutta l’aula di tribunale applaude e parte la colonna sonora di Ennio Morricone a sollevare gli animi e spingere Ness di fronte a un Capone inferocito che grida “sei solo chiacchiere e distintivo”. Mancava solo la colonna sonora, lì in Senato, e se ci fosse stata probabilmente la presidente Casellati non avrebbe neanche suonato la campanella dicendo “Per favore, non mi pare sia il caso” mentre le urla dei colleghi si sollevavano in un laconico “Fuori la mafia dallo Stato”. Epico.

No, non ho intenzione di parlare delle presunte incapacità o capacità del nuovo premier, anche perché credo che siano in pochi a poterlo fare e io di certo non posso essere annoverato fra quelli  – di lui sappiamo solo quella storia del curriculum vanitoso e che vuol essere avvocato di tutti. Contro tutti – però posso dire due cose in merito al passaggio su cosa nostra di un discorso che è parso retorico quanto basta per non farlo passare alla storia (soprattutto alla luce delle forti parole di Liliana Segre, che sono arrivate in faccia a Salvini come la carezza di un armamento nucleare coreano): la prima è che questa dichiarazione sulla mafia rispecchia in pieno le 8 righe che il “Programma del Governo del cambiamento” firmato da Salvini e Di Maio ha dedicato al fenomeno dei mammasantissima, non dicendo praticamente nulla di concreto – che so: obiettivi a breve o lungo termine, dati, possibilità di riforme legislative – ma suscitando nell’uditorio un moto d’onesto orgoglio credibile quanto la vittoria dell’Islanda ai mondiali di Russia. E la seconda è legata al dispiego di retorica da apparato: circola un articolo di Saverio Lodato in merito alla questione, e m’è parso vuoto quanto quella frase che ha strappato 75 secondi di battito di mani in piedi.

Lodato ha parlato di “musica per le orecchie di milioni di italiani”, e c’è da giurare che espressioni del genere, e articoli del genere, popolino il web. Perché non c’è niente di sbagliato nelle parole di Conte, né tantomeno in quelle dello stesso Lodato, solo che, a ben guardare, i conti non tornano. Perché Lodato non si risparmia dal muovere critiche a gente come Paolo Romani o Renato Schifani, che descrive “impietriti” durante l’ascolto del discorso, e ne ha ben donde, perché nel partito dal quale hanno tratto potere pubblico c’è il marchio indelebile di cosa nostra, col cofondatore chiuso dietro le sbarre per concorso esterno in associazione mafiosa, solo che non si può non notare un particolare bello evidente, che è quello che ha azzoppato gran parte dei buoni propositi a marchio “onestà” di Di Maio e compagnia cantante: Matteo Salvini, l’uomo che siede alla sinistra di Conte. Perché Salvini, e tutta la pletora che ha portato con sé composta da ministri, deputati e senatori, nonché sindaci e assessori e presidenti di questo e quello, ha affiancato a lungo (e magari lo farà ancora) gli stessi Romani e Schifani, fino a ieri l’altro, ed è superfluo ricordare che quando quest’ultimo fu presidente del Senato aveva al suo fianco 26 leghisti, con altri 60 a rafforzare dall’altra parte il governo Berlusconi. Come si fa a passare sopra questo particolare? Per di più Lodato, in seno alla questione mafia, scrive che “un paio di cose, dal discorso in Senato, si sono già capite”, facendo riferimento al no degli italiani a un Governo Pd-Forza Italia e citando poi il saggio cinese:  “Chi ti dice che questa sia una disgrazia?”. Ecco: se questa non è retorica, l’Islanda vince.

Lodato, in ogni caso, all’inizio del pezzo si chiede se Conte dalle parole passerà ai fatti, e nella chiosa gli riserva l’invito “assai modesto” a passare all’azione. Non può non saltare agli occhi, però, che in mezzo scorre un fiume di retorica, così forte da inondare l’evidenza di un passato che ci ronza ancora nelle orecchie. Ad esserne travolti, entusiasticamente, sono in già in tanti, col risultato di aver quasi appiattito uno spirito critico per il quale magari in Italia non abbiamo mai brillato negli ultimi trent’anni, ma che ci ha permesso se non altro di far leva, quando necessario, sulla memoria. Quella stessa memoria che appare sempre più soggetta a colpi di spugna a breve termine, con la coerenza che in politica sembra essere divenuta merce scadente senza valore per le urne. Cui prodest?

Ho sognato la bagnarola

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Stanco. Ero stanco, avevo gli occhi che sudavano. Leggevo, leggevo, continuavo a leggere i commenti pieni di esultanza, la valvola di sfogo finalmente aperta sul ventre di una parte del Paese che non vedeva l’ora di sentirsi dire “ora basta!”. Avevo il telefono in mano e facevo scorrere i commenti, uno sotto l’altro a darsi manforte e fare muro contro chi provava a mettere in campo argomenti come i Trattati internazionali, la storia, i fondi comunitari, la politica che non si fa sulla pelle degli esseri umani. E alla fine, distrutto, mi sono addormentato.

E ho sognato: c’era questo tizio sulla sua poltrona morbida, con le finestre di casa aperte e le zanzariere a fare da scudo agli insetti, a godersi la brezza di una sera che annunciava l’estate. Una birra in mano, ghiacciata. Rientrato da poco dal lavoro, con la schiena a dargli fastidio, aveva deciso di rilassarsi e godersi Maria De Filippi, ché lui da quando aveva saputo che c’era Ermal Meta, così potente a Sanremo con Fabrizio Moro, aveva deciso di seguire, perché la musica, quella buona, gli piaceva e la cantava pure assieme ai concorrenti. Solo che era infastidito. Durante la pubblicità aveva dato un occhio al telefono e aveva letto, ancora, di questa gente che si ostinava ad attaccare Salvini e il Governo per la decisione presa di non fare approdare questi clandestini. ‘Buonisti di ‘sta minchia’, continuava a pensare. E allora decise di intervenire: mise in pausa la De Filippi, si infilò il telecomando sotto le gambe, strinse la birra e partì. Volò a bordo della sua poltrona, salì in cielo e sfrecciò sul Mediterraneo spinto da quella leggera brezza che annuncia l’estate. Fino a quando la vide: l’Aquarius era di fronte a lui. Planò leggermente sul ponte e si fermò a mezz’aria. Infine parlò, rivolgendosi alle persone sdraiate lassù.

“Ma che problemi avete? Questa è una nave sicura, non è una bagnarola. Vi stanno portando da qualche parte, non è che potete venire tutti in Italia. In Italia non vi possiamo ospitare più, non ci entrate. Prima vengono i disperati italiani. Mi spiace ma è giusto spartirsi le disperazioni anche con gli altri Stati. Io c’ho amici emigrati che vivono all’estero e non hanno mai ricevuto 35 euro al giorno, casa pagata eccetera. Loro sono là per lavorare e pagano le tasse. In Europa non ci siamo solo noi!!”

Fece una pausa e allungò lo sguardo sulla struttura galleggiante. I corpi sdraiati da giorni sul ponte, a ricevere indistintamente gli schiaffi del sole e dell’umidità imperante, si destarono sotto il vigore di quel tono di voce così risoluto. L’uomo strinse meglio la birra che aveva in mano e riprese: “Allora: punto primo qua non vedo nessuna emergenza…. Punto secondo: l’Italia ha prontamente mandato vedette con medici a bordo… Punto terzo: se non si comincia a fare un po’ di opposizione nessuno mai si prenderà la briga di aiutarci…. La Spagna se n’è fatta carico…. Bene così… Qualcosa si muove…”. Bevve un sorso di birra. I corpi stesi sul ponte seguirono con lo sguardo il movimento della bottiglia che andava verso le labbra, per poi staccarsene.

L’uomo riprese: “Questa è la nave di un armatore svizzero, molto ben attrezzata. Era più giusto che ve ne andavate in Svizzera, no? E poi di che vi lamentate? Io non c’ho niente contro di voi, eh, io ce l’ho con tutti questi buonisti: se hanno posto nelle loro case allora gli diano una mano allo Stato Italiano, vi ospitino loro. Che questo governo adesso aiuti a noi italiani per primis. Pure Giobbe Covatta dice che non vi meritate i ponti d’oro che vi stiamo facendo! Lo sapete chi è Giobbe Covatta? É uno che vi aiuta a casa vostra, è! Se lo dice lui ora non mi venite a dire che non ha ragione, buonisti!”, urlò verso il cielo. Infine bevve tutta la birra, d’un sorso, si distese meglio sul divano mettendosi maggiormente comodo, stirò le braccia e raccolse una buona dose di fiato, per poi riprendere a urlare: “La pacchia forse è finalmente finita! Ora basta co’ sto buonismo. Andatevene in Spagna, così la finite di dire che siete disperati. Eravamo diventati la terra di nessuno!”. Tirò su la testa di scatto e liberò una frase rinvigorente: “Forza Salvini, che in 5 giorni hai fatto quello che il PD non ha saputo fare in 5 anni!”.

I corpi sul ponte rimasero immobili a fissarlo, fino a quando non gli sentirono dire: “Basta ora, quello che vi dovevo dire ve l’ho detto. Adesso me ne torno ché ho messo a Maria De Filippi in pausa, e se poi finisce tardi domani voglio vedere come mi alzo. Perché io me ne devo andare a lavorare, io! Prima che ci levate pure il lavoro che c’è rimasto. Andatevi a mangiare la paella, va”.

E sfrecciò verso casa, spinto da quella leggera brezza che annuncia l’estate.


Ok, non ho fatto nessun sogno. Ma avrei preferito sognarli quei commenti. Alla fine li ho copiati, incollati e adattati a un discorso diretto. Perché quello che dice il tizio sulla poltrona volante altro non è che un cumulo di commenti presenti sui social, scelti a caso fra le centinaia che ho letto. Oltre a trasudare un livore difficile da capire, si tratta per lo più di commenti fondati su bufale leggendarie: da quella mitica su Giobbe Covatta a quella sempreverde sui 35 euro; da quella sull’Italia che è abbandonata dall’Europa a quella sull’invasione, che sommata a quella sul lavoro che ci rubano genera quella sui soldi che ci tolgono dalle tasche. Basterebbe spazzare via la maggior parte dei falsi miti per evitare la crescita generalizzata dell’odio. Basterebbe spiegare che i fondi europei e le tasse che paghiamo ci legittimano a pretendere che le istituzioni si occupino di questi poveri cristi, per non sentirci dire con sempre maggiore insistenza “portateli a casa tua”. Basterebbe spiegare che l’Italia riceve del denaro che non può destinare ad altro per occuparsi di loro. E basterebbe capire, infine, che il fatto che siamo nati da questa parte del mare non legittimerà mai nessun “casa nostra VS casa loro”. Siamo noi quelli che stiamo meglio, e non ce lo siamo meritato.

Se fanno 13

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No, non lo farò. Non mi soffermerò sulle otto righe riservate alla lotta alla mafia nel “Contratto per il Governo del cambiamento” (otto righe che nella sintesi del Blog delle Stelle, peraltro, spariscono), o sulla presenza della “riforma ed estensione della legittima difesa domiciliare”. E non mi soffermerò sul rifiuto del termine ‘Mezzogiorno’ a favore di un presunto superamento (con modalità Ctrl-X) del divario Nord-Sud nel “Contratto per il Governo del cambiamento”. Neanche sugli asili nido gratis per le famiglie italiane mi soffermerò. E non mi soffermerò sul Reddito di Cittadinanza e sul fatto che per attuare il “Contratto per il Governo del cambiamento” servirebbero 125 miliardi di euro e che al massimo con l’unica mossa annunciata per pescarli (il taglio ai vitalizi) se ne recupererebbe qualcosa come il 3%, il che porterebbe già al primo anno ad un disavanzo di 50 miliardi di euro (e – nota non da poco – Piazza Affari alla prima settimana di discussioni sul Contratto perdeva qualcosa come 22 miliardi e mezzo, e allo Spread saliva la febbre come non succedeva da tempo).

No, non lo farò perché c’è una cosa della quale mi preme di più parlare. Più di un Salvini agli Interni o di un Di Maio al Lavoro. Qualcosa più semplice da trattare, da affrontare, qualcosa di più immediato e che presenta quel leggero carattere di opacità che mi fa prudere le mani sulla tastiera. Un passaggio del punto 13, quello che parla di “Immigrazione – Rimpatri e Stop al businnes”. Avete presenti quelle otto righe riservate alla lotta alla mafia? Beh, al punto 13 di righe ne hanno riservate novantanove. Novantanove righe, quanto dieci mafie più un paio di baby gang.

Si parla di Europa, al punto 13, e di fondi trasparenti, centri di accoglienza, rimpatri… E poi c’è un passaggio apparentemente semplice: “La valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale deve avvenire nei Paesi di origine o di transito”. A vederlo così, questo passaggio, si perde nel mucchio delle parole, si annacqua fra un “immediato allontanamento” e un “sistema di affidamento”, ma tirato via con le pinzette dalla confusione delle novantanove righe, e osservato con distacco, assume l’aspetto del cuore della questione. Significa che per i presunti futuri governanti italiani chi scappa da fame o guerra deve andare a chiedere al Governo dal quale scappa di farlo andar via. Eppure nel Diritto Internazionale i rifugiati sono “individui che, per ragioni essenzialmente politiche, ma anche economiche e sociali, sono costretti ad abbandonare lo Stato di cui sono cittadini e dove risiedono, per cercare rifugio in uno Stato straniero”. Costretti. E il rifugiato, secondo la Convenzione di Ginevra, è un individuo che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese”.

Dice: “Va be’ dai, al limite se ne va nel Paese di transito e lì fa regolare domanda”. Ok, poniamo il caso dell’Uganda: da una ventina d’anni si combatte una guerra che ha messo in ginocchio l’economia del paese. Chi scappa dall’Uganda transita nel Sudan del Sud, un paese dal quale spesso partono gli attacchi dei ribelli ugandesi e nel quale, in ogni caso, imperversa un’altra guerra ventennale. La domanda da rifugiato, lì, è abbastanza probabile che la registrino sulla punta di un macete. Dice: “Può passare dal Congo”. E il Congo si porta sul territorio milioni di morti per la guerra dei diamanti. Magari lì la domanda te la fanno vidimare in una miniera.

Perché chi scappa dai paesi africani – per fare un esempio geografico calzante – deve risalire, e per risalire deve comunque transitare da zone di guerra o zone talmente povere che i diritti umani si prendono a morsi fra loro e si seccano al sole che brucia la sabbia del deserto.

L’Italia nel 1951 ha firmato la Convenzione di Ginevra: bisognerebbe studiarla, la storia, prima di provare a scriverla.