Governo Conte: chiacchiere e preventivo?

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Era giugno, e tutti imparavamo a conoscere il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, Conte. Conte, il premier. Oggi lo conosciamo tutti, il premier Conte, e lo conosciamo proprio come “il premier Conte” – a me il nome, lo dico francamente, non viene mai in mente. Qualcosa è cambiato, quindi, almeno nell’ordine grammaticale. In me, però, sono rimasti alcuni termini di paragone acquisiti all’alba dei gialloverdi: a giugno, ad esempio, scrivendo di lui e del suo discorso al Senato (le vibranti tredici parole spese contro la mafia), mi venne in mente il finale epico de “Gli intoccabili”, paragonandolo all’aula che si alza in piedi e urla “fuori la mafia dallo Stato”, e oggi il film di Brian De Palma mi è tornato in mente, sempre grazie a il premier Conte.

Stavolta a bussarmi in testa è stata la memorabile frase di De Niro/Capone: “Sei solo chiacchiere e distintivo”. È arrivata senza preavviso, non appena ho letto della questione delle coperture economiche in merito al decreto sul ponte di Genova, dopo i ripetuti annunci del premier. Subito dopo ho letto pure la questione dell’abolizione della povertà targata Di Maio, e nella mia testa la voce di De Niro ha cominciato a urlare “sei solo chiacchiere e preventivo!”. Chiacchiere e preventivo.

Perché a questo punto la questione pare finalmente delinearsi, almeno ai miei occhi: l’era dei proclami sta per finire, e a breve gli uffici presenteranno il conto. Perché è più che plausibile che durante la campagna elettorale si facciano proclami – Salvini con le accise sulla benzina è un esempio che i trattati di scienze politiche potranno utilizzare, un po’ come il memorabile milione di posti di lavoro di Berlusconi – ma che si continuino a fare durante il mandato, e per di più a seguito di una tragedia, diventa intollerabile. Ed è per questo che, a vederla male, il conto potrebbe arrivare a breve.

Preventivi, sempre preventivi, annunci, proclami. Il reddito di cittadinanza, ormai, sta per crollare sulle teste degli eletti (e pure dei non eletti, considerando l’ex gieffino Casalino che non capisce come non si possano trovare “dieci miliardi del c…”), e la tensione sale: le coperture – è ogni giorno più evidente – sono difficilissime da reperire, e il ministro Tria è abbastanza probabile che lo sappia. Il suo braccio di ferro per la questione del Pil sa tanto di tentativo di evitare che resti col cerino in mano: se dovesse succedere (tocchiamo ferro, facciamo corna, buttiamo sale in aria) che i mercati arrivino a divorare l’Italia non vorrebbe mai che a Piazza Affari il suo nome finisse appeso ai monitor.

Solo che i proclami a lungo andare cominciano a diventare troppi, talmente tanti che uno non riesce più a scordarseli – come dovrebbe essere nello status stesso dei proclami: uno li lancia, poi si perdono – Si accumulano. In questi giorni alcuni giornali hanno riempito le pagine con la cronologia post-crollo:  dal 18 agosto al 23 settembre si sono susseguite 18 notizie da prima pagina che avrebbero dovuto culminare nell’agognato decreto con tanto di nome del Commissario alla ricostruzione, ma il 26 settembre spunta fuori l’indiscrezione dei puntini di sospensione al posto delle cifre, col Ministero delle Finanze che storce il muso e sembra chiedere “ma come dovremmo lavorare noi?”. Il giorno dopo, a seguito dei pugni sbattuti sul tavolo da Conte (che forse in lontananza sentiva la voce di De Niro), fonti del Ministero riferiscono che “Il decreto è stato bollinato”, come se quella storia delle cifre mancanti non fosse mai esistita, solo che sugli “omissis” resta un imbarazzo, lì al Ministero, che conferma l’andatura dei proclami.

Alla luce di questo non si capisce proprio come Di Maio possa andare in tv (lì dove nel paleolitico del Movimento vigeva un terrificante divieto) e lanciare una sensazionalistica abolizione della povertà. Abolizione. Cavolo, a me fa venire in mente le ristrutturazioni delle case imbarcate dalle giovani coppie che si lanciano sui mutui, col computo metrico dell’ingegnere che dice una cosa, promette uno sforamento al massimo del 5 o 10 per cento, e con un lento salasso giorno per giorno (“serve un calorifero anche lì”) e il conseguente risultato dell’abbandono delle prospettive iniziali dopo aver superato il 10 per cento già prima del giro di boa: inevitabile finale con cestinamento del computo metrico e relativa promessa di non fare mai più scelte simili, in attesa di capire come affrontare le spese degli anni a venire.

Il countdown, comunque, sta per giungere al culmine: il 20 ottobre c’è in calendario, per il Parlamento, la legge di bilancio, e a quel punto rimarrà solo da capire se a temere l’ira del tanto amato “popolo” dovranno essere i tecnici del Mef o quelli che li odiano perché “questi non ti permettono di capire”.

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Bonisoli, la Lega e la cultura sotto il fuoco amico

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“La conservazione può anche essere fatta rimettendo sotto terra quello che si è trovato, perché lasciarlo a vista potrebbe significare permettere all’incuria di distruggerlo”.

“A volte ci sono i lastroni di vetro che fungono da pavimento….”

“…dove poi c’è tantissima condensa. E se la manutenzione non è ordinaria ma è un evento straordinario che avviene ogni dieci anni viene compromessa la conservazione del manufatto. Quindi forse è meglio seppellire piuttosto che continuare a scavare e non avere poi i soldi, cioè il denaro pubblico, per potere conservare correttamente”

“È triste questa cosa”.

“È tristissima, ma è una realtà con cui bisogna fare i conti”.

È passato qualche anno, ma questo dialogo non me lo sono scordato: lo registrai durante un lavoro d’inchiesta su un’importante area archeologica ai piedi dell’Etna, area che in buona parte si trova ancora sottoterra. Nello specifico discutevamo di una grande vasca di marmo contenete ex voto millenari, vasca scoperta e poi tornata sottoterra con gli ex voto, seppellita perché in quel modo si sarebbe conservata. Sorrideva amaramente l’archeologa che mi spiegava questo modus operandi che sul momento considerai strano e incredibilmente ingiusto. E in questi giorni ci ho ripensato, perché sono successe due cose: il titolare del dicastero che ha sulle spalle i Beni Culturali ha fatto una infelicissima battuta sulla storia dell’arte e sul fatto che il suo insegnamento andrebbe abolito, e uno dei due partiti di governo ha sostanzialmente ammesso di aver fatto uso distorto di 49 milioni di euro pubblici, patteggiando una comodissima restituzione quasi secolare.

Ecco: non poteva non venirmi in mente quel dialogo. I beni culturali vengono continuamente presi a calci, la memoria artistica del Paese – che è anche storica – diviene addirittura oggetto di scherno senza considerare minimamente gli effetti che la frase di un ministro ai BBCC può provocare sugli studenti. Per di più il Paese con il numero più alto di siti UNESCO dell’intero pianeta deve fare i conti con un Governo che per metà è retto da un partito reo di aver praticamente sottratto, per sua stessa ammissione, milioni di euro che avrebbero potuto tirare fuori centinaia di migliaia di vasche di marmo millenarie contenenti ex voto, oltre che valorizzare aree importanti, tenere aperti musei, ridare vita a borghi dimenticati, migliorare la formazione…

Insomma: quanto vale l’arte per la politica? Perché, si sa, l’arte non è democratica, non pende da nessuna parte, non ha un baricentro. L’arte è un fatto umano che non risponde a logiche clientelari, ma può subire ripercussioni pesanti da chi, sulle logiche clientelari, basa il suo potere. La tendenza dei fatti artistici a smuovere le masse, a creare opinione e a farsi veicolo d’idee chiaramente può fare paura. Lo ha reso evidente Hitler: l’astrattismo, la visione moderna dei corpi, l’avanguardia come critica agli Stati moderni erano per lui insopportabili, e a questo contrapponeva il classicismo, i paesaggi lineari, i corpi di Michelangelo, Tiziano, Caravaggio. Si incaponì, Hitler, contro le opere di Picasso, Chagall, Kandinskij, Matisse, e poi rubò, rubò centinaia di migliaia di opere d’arte, portò all’ennesima potenza l’idea di Napoleone, che voleva legittimare con l’arte il potere, nutrendosi quasi della bellezza dei suoi avversari (il che, forse, porta dentro di sé un violento germe di romanticismo).

Oggi però succede una cosa diversa: l’arte viene quasi snobbata, nessuna crociata si intravede, nessuna battaglia. Nessuna idea. Nessuna. Dopo il responsabile scuola della Lega che vorrebbe rendere legittima la sua terza media facendo sapere che basta “respirarla”, la scuola, arriva il ministro che ti dice che in storia dell’arte andava male, e fosse per lui l’abolirebbe. Nessuna idea, quindi, nessuna prospettiva di crescita, ma scherno. Scherno seguito dall’immancabile “era una battuta”. Che nell’era dei social suona come il “non l’ho fatto apposta” di un bambino che ha rotto un lampione a seguito di una pallonata: il vetro è in frantumi, ministro Bonisoli, e un sorriso di circostanza non metterà certo insieme i pezzi.

Populismo, l’abito dei mediocri

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C’è questa sorta di entità che si aggira per l’Europa, che pare abbia investito gli Stati Uniti e dio solo sa dove possa arrivare. Se colonizzare pianeti o formicai. Eppure c’è, si percepisce. In Italia se ne parla da un po’ di anni, dopo che a lungo se n’è parlato nel tempo che fu. Anzi: in Italia è stata rivendicata. Nel 2013 Beppe Grillo, nel suo blog, parlò di uno “spettro” che i “poteri forti” in Europa dovevano combattere, spettro  la cui “versione italiana” era – a detta sua – il M5S. Insomma: che diavolo è il populismo? È il Movimento 5 Stelle? Veramente?

Giorni fa in Svezia si sono tenute delicate elezioni, e fra le righe della stampa italiana ci si chiedeva se fosse o meno il caso di considerare un’alleanza o di alzare un muro in merito all’avanzata dei populisti. …L’avanzata dei populisti. Che uno immagina il quadro di Pellizza Da Volpedo spammato su tutti i social che viene fuori dalla cornice, coi suoi milioni di volti barbuti e le mamme coi bimbi in braccio. Magari non vaccinati. Tutti ad avanzare verso i palazzi grigi e zeppi di denaro nascosto nelle fodere dei divani. Ma che diavolo è il populismo? È di destra? È di sinistra? Se fosse il Movimento 5 Stelle, allora effettivamente non sapremmo dove collocarlo. Ma è così?

Storicamente è stato un po’ dappertutto: pare sia partito a tutti gli effetti nella Russia di fine Ottocento sulle spalle dei contadini e contro la società industriale di stampo occidentale, e da lì sembra si sia spostato proprio nella società occidentale, negli Stati Uniti, con idee simili, ma secondo qualcuno troverebbe le radici ben prima, e cioè nel bonapartismo e nella rivoluzione francese. In pratica: non si sa bene. Sì, ci sono libri sul populismo, persino un romanzo al quale lo si lega a doppio filo, ma alla fine della fiera non si capisce bene.

E quindi che diavolo è il populismo? Non si sa. C’è chi lo esalta, chi lo usa per accusare. Un bel po’ di accusati lo fuggono come la peste. E badate bene: accusarono di populismo Hillary Clinton e accusarono di populismo Sarah Palin. Beh, se non è confusione questa… Il populismo è uno spettro davvero, ma uno di quelli che non si capisce bene. Quando appare può farti del male o del bene. Non si sa, vallo a capire. Quello che si sa è che non lo distinguiamo, non lo mettiamo a fuoco. È passato di qui, magari è ancora dietro l’angolo, se fai una corsa forse lo raggiungi. Come? È già andato via? Ti giuro che l’ho visto.

Il populismo è a tutti gli effetti l’emblema dei momenti storici confusi, dove si urla, dove si cercano i colpevoli, e quando si urla in massa i colpevoli sono sempre quelli che hanno qualcosa in più. Più soldi, e questo è normale, ma anche maggiori informazioni, una cultura più ricca. Perché quel qualcosa in più, qualsiasi cosa sia, genera sempre il sospetto, e il sospetto genera rabbia in mezzo a sguardi corrucciati e urla soffocate.

Secondo Domenico Fruncillo, docente di Scienze Politiche, i politici populisti “tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una ‘deprivazione’ rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future”. Ecco: rassicurazioni contro la confusione. Gli studi di Comunicazione insegnano che i movimenti che vanno sempre e comunque ‘contro’ utilizzano argomentazioni semplici ed immediate, in modo da ottenere la giusta efficacia sulle masse intimorite da qualcosa che sta al di là.

La società moderna è estremamente veloce, tutti citano Bauman e la sua liquidità, trovando lì dentro la spiegazione in merito alla facilità con la quale gli aspetti negativi dell’era moderna dominano facilmente le masse. E magari non hanno torto: è questa velocità, questo scivolare via degli argomenti a mo’ di anguille che genera il panico e fa venire fuori nuove divinità dal lessico facile facile e dalle soluzioni a portata di mano.

E adesso cosa vi state chiedendo? Vi state chiedendo se per caso voglio dire che i politici che puntano il dito si rivolgono a masse di imbecilli e da loro ottengono i voti? Se intendo dire che il motore di questi movimenti sono i cosiddetti analfabeti funzionali, boccaloni col cellulare in mano e i soldi sotto al cuscino? No. Cioè: non proprio. Credo, sì, che ci siano masse di idioti, che ci siano sacche di umanità che esaltano il libero sfogo, verbale e fisico, nutrito dalle parole facili, ma non penso soltanto questo. Credo che peggio di questo ci sia la mediocrità. Credo che il populismo, qualunque cosa sia, non abbia alcun colore. Che sia inodore come l’acqua distillata, e come questa pericoloso se assunto in dosi elevate. Decalcifica, ci toglie la spina dorsale. Ed esiste un elevato numero di persone che questo lo capisce, ma che a questo non dà importanza. Anzi: gente che sa che può esserci un’altra via, ma che sa anche che intraprenderla potrebbe comportare uno sforzo, e allora si sta meglio dove non c’è fatica reale. Almeno per ora. Eccoli qua i mediocri.

Il filosofo canadese Alain Deneault ha pubblicato un libro, da poco uscito in Italia, che parla di questo fenomeno: “La Mediocrazia”, nel quale spiega che “non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di comparabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Perché il populismo non ha la stessa anima in ogni epoca, e se animato da fini simili non ha tuttavia attori simili e masse ugualmente consapevoli: oggi, in questi giorni così confusi, i mediamente competenti vengono elevati a discapito dei maggiormente competenti, e di questo fa le spese lo spirito critico.

Insomma: stiamo assistendo al rincoglionimento della società, e restare senza far nulla potrebbe farci ritrovare come i tizi chiusi nelle capsule di ‘Matrix’, immersi nel liquido amniotico. Però dai, abbiamo ancora la possibilità di scegliere la pillola giusta. Che poi – chissà perché – era quella rossa.

Salvini: politica, propaganda e inferno

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Per un periodo della mia vita c’è stata una cravatta a farmi compagnia, durante il lavoro, chiusa il più delle volte in borsa. Col pc, la moleskine, le penne e la macchina fotografica lei se ne stava buona, arrotolata su sé stessa. Lavoravo a un centinaio di metri da Montecitorio e mi capitava di andare lì, al palazzo, per le conferenze stampa: la cravatta, una volta dentro, doveva far parte della mise, e a gruppetti spesso le tiravamo fuori mentre, sulla porta, gli uscieri controllavano l’aspetto con fare vagamente annoiato, prima di passare ai documenti. È stato un bel periodo, anche se faticoso. Una volta mi intrufolai fra i fotografi per riprendere il Consiglio dei Ministri prima della conferenza, salvo sentirmi tirare dal collo da un usciere che considerava la mia piccola Canon decisamente fuori luogo per un ambiente di fotografi veri.

Sì, mi capitava di provare a curiosare lì, dentro quelle sale, fra corridoi lunghissimi e stanze e stanzette. Ogni tanto ci entravo, nelle stanze, per realizzare o seguire delle interviste, e in quel caso potevo assistere, fortuitamente, a improvvisate riunioni fra gruppi. Conservo ricordi singolari di queste riunioni, ricordi che hanno fatto maturare un’idea di politica abbastanza differente da quella che avevo annidato nella mia testa durante gli anni universitari. Perché non erano rari i ragionamenti costruiti unicamente sul concetto di do ut des, al netto delle ideologie, e a volte rimanevo colpito da alcuni esponenti dei partiti più vicini alle mie idee che facevano quasi i conti col pallottoliere pur di portare a casa una mozione, sacrificandone magari due o tre sulle quali uno come me avrebbe fatto le barricate. Insomma: pensavo ai ragionamenti nelle piccole sezioni locali che venivano accartocciati in discussioni di profitto politico, con veri e propri scambi da mercato delle idee. Questo, chiaramente, avveniva ad ogni latitudine: destra, sinistra, centro e sfumature varie.

Cominciai, da allora, a considerare la politica come andrebbe considerata. In modo realistico, quello fondato sulla storia. E oggi ci ripenso. Ripenso a cosa è la politica. A cosa sono i partiti e a come ci si muove nelle lotte per ottenere un successo. E ci ripenso perché continuo ad osservare, senza cravatta ma con la stessa curiosità di allora, le mosse del Governo attuale, quello chiamato “gialloverde”. Non ci vedo più politica. Non riesco a vedere manovre dietro i proclami. Vedo una instancabile, continua propaganda. Che è diversa, totalmente diversa, dalla politica. Treccani ci dice che la propaganda è “un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto”. E questa non è politica.

Brandire i simboli di una religione non è fare politica: è chiara propaganda. Far leva sul dogma, sul rispetto antico e annidato nelle coscienze dei più in un Paese che contiene il Vaticano significa tentare di accrescere il consenso, e basta. Non c’è niente di religioso, niente di sacro, niente di spirituale. Tutto il contrario. Perché anche il più debole ragionamento renderebbe chiaro come questo modo di fare sta all’antitesi della religione: sfruttare le coscienze offrendo una visione parziale e chirurgicamente privata dei concetti fondanti va contro la religione stessa. È una bugia, per dirla con semplicità. Con la stessa semplicità con cui si parla di crocifissi.

Salvini nei fatti si comporta andando contro quello che è predicato nei Vangeli, e sulla carta lo si potrebbe non far notare, se non fosse che sfrutta proprio i Vangeli per comportarsi in quel modo. E allora che gli volete dire ai preti che scrivono “rispetto a quanto accade non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi”? Che gli volete dire a quelli che pubblicamente affermano “non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”? Gli volete parlare dei pedofili, delle opulenze, del massacro del tredici ottobre del 1307?  E che c’entra? Che c’entra con la religione? A essere pedofili sono gli uomini, così come a sfruttare le ricchezze. La religione è un’altra cosa, ed è abbastanza retorico ricordare che di sacerdoti venuti su come dio ha comandato ce ne sono tanti. E la religione in quel caso è dalla loro parte. Va riconosciuto, che uno sia credente o meno. Io quelle parole le sento pronunciate da loro, da quei sacerdoti. Dalle loro periferie, dalle loro missioni. Non è umanamente accettabile un uso distorto della religione, qualunque essa sia. Insomma: piombare indietro di 1700 anni, ai tempi della battaglia di ponte Milvio con Costantino che vede la croce in cielo e lo dice in giro per mostrarsi invincibile, non è davvero plausibile. Non è plausibile farlo, e farlo solo per giustificare la parte peggiore della coscienza dell’Italia. Anche perché oggi a vincere con quel segno, cioè sotto il simbolo di un uomo che sulla croce dona speranza al ladro che ha accanto dicendo che se lo porterà in paradiso, non può essere chi se la prende coi disperati. Insomma: se un altro mondo c’è e voi ci credete e lo predicate, e allo stesso tempo inneggiate all’uomo dei crocifissi nei porti, brucerete all’inferno. Magari nel girone degli stronzi.

Di numeri, legalità e demoni contemporanei

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Erano gli anni Ottanta, intorno alla fine del decennio. O forse i primi anni Novanta. Vedevamo il telegiornale locale, l’ultima edizione della sera, con la tv che era in bianco e nero e ogni tanto sfrigolava come le uova in padella. Udimmo dei rumori in sequenza, e dato che si avvicinava capodanno dissi a mio padre che si trattava di sicuro di petardi. L’urlo che seguì quei rumori, però, rivelò una verità diversa: avevano ammazzato un uomo, quello che abitava al piano di sotto. Gli spararono alle spalle mentre infilava la chiave nel portone, nel disperato tentativo di andarsi a rinchiudere in appartamento. Fu esattamente sotto la mia stanza. E quella notte non dormì. Ma non per la sorpresa di una omicidio di mafia: in realtà sotto le coperte continuavo a chiedermi come mai il sangue non fosse del tutto liquido come immaginavo, perché quando avevo guardato da vicino il corpo riverso a terra – prima che qualcuno si accorgesse che nella confusione dei curiosi mi ero infilato pure io, decidendo quindi di tirarmi via – ero riuscito a osservare bene la chiazza che si allargava lentamente sotto il corpo, valutandone lo strano spessore che sembrava avanzare sull’asfalto. Riflettevo su quello, perché di morti ammazzati in zona ne avevo già sentito parlare tanto e la cosa non mi aveva sorpreso.

Sono cresciuto in una periferia siciliana, e alcuni dei ragazzi coi quali giocavo a pallone nelle piazze, coi quali scherzavo e litigavo, ora sono in carcere, qualcuno con più di un omicidio addosso. E altri sono morti. Certo, non vivevo in un covo di mafiosi, e la Sicilia non era e non è un contenitore di malavita, ma quegli anni, gli anni Ottanta e in buona parte i Novanta, furono una palestra durissima per chi si preparava ad entrare nell’adolescenza in una periferia del catanese. Finire dall’altra parte sarebbe stato facile. Feci le mie scelte.

Fu in quel periodo che caddero il 284 e il 285. O il 285 e il 286. Insomma, il numero sarebbe da collocarsi lì intorno. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: sono loro quei numeri. C’è un elenco presente on line, su progettolegalità.it, che racchiude le vittime italiane delle organizzazioni criminali come mafia o ’ndrangheta: si tratta di donne e uomini caduti nella lotta ai malavitosi. L’elenco non contiene i morti appartenenti alle stesse organizzazioni: il tipo ucciso sotto casa mia, mentre vedevamo quel tg in bianco e nero, non è presente. Aveva deciso, lui, di stare dall’altra parte, e lo aveva deciso prima di quegli anni Ottanta e Novanta, visto che non poteva considerarsi più un adolescente.

Gli omicidi, in quell’elenco, partono dal 1905, quando ad essere ucciso fu Luciano Nicoletti, contadino, vittima di mafia, e arrivano all’11 luglio 2008, con l’imprenditore Raffaele Granata, freddato dalla camorra. Negli anni Ottanta si contano ben 112 nomi, e scendono solo di tre unità nel decennio successivo. Nel 2000, però, arrivano a 15, per poi spegnersi nel decennio che viviamo. Vi state chiedendo cosa significhi questo? Beh, potrebbero esserci diverse risposte, e di certo io non ho le competenze per darle. È evidente, però, che dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino qualcosa cambiò: la metà degli omicidi degli anni Novanta avvenne nei primi tre anni di quel decennio. Ci vollero sette anni poi per eguagliare quei numeri, e il trend andò via via abbassandosi. Se la scia di sangue fosse cresciuta con la costanza della fine degli Ottanta e dei tre anni successivi, probabilmente avremmo contato anche duecento vittime. Ma qualcosa cambiò. I numeri parlano chiaro. Certo, la malavita organizzata è ancora in vita, vigorosa, ma insieme a lei è cresciuta la coscienza critica della gente comune. È cresciuta al punto da far discutere di sé, con le questioni ossimoriche della mafia dell’antimafia. Ma il punto non è questo. Quando la tv di casa mia era in bianco e nero e i tg erano pochi si sentiva parlare dei morti di mafia e la mafia era una possibilità, e lo era perché comunque non se ne parlava davvero. Non veniva affrontata. L’uomo ucciso sotto casa e i ragazzi coi quali giocavo a pallone stavano in mezzo a quel silenzio, e fecero una scelta dettata anche dalle poche opportunità per saperne di più. Da quel 1992 cominciò a crescere la coscienza critica, sorsero le opinioni e le parole iniziarono a diffondersi con una forza maggiore.

Sì, potrebbe apparire retorica facile, ma allora accadde qualcosa che – sebbene trovo sia davvero difficile capire e spiegare senza avere i giusti mezzi per comprendere davvero – fece scendere i numeri nell’elenco, e offrì una possibilità.

Oggi, ogni 19 luglio, in memoria dell’attentato a Paolo Borsellino celebriamo la Giornata della Legalità, ed è importante. Le parole ogni 19 luglio diventano più forti, e hanno la possibilità di attecchire meglio, soprattutto nei ragazzi. I ragazzi della stessa età degli amici coi quali tracciavo i pali della porta ai lati dei portoni delle chiese chiuse. È dentro di loro che sta il cambiamento, e se qualcosa ha funzionato, dopo il 1992, può succedere anche adesso. Può succedere ora che assistiamo alla diffusione di un nuovo fenomeno, pericoloso quanto l’assenza di coscienza critica sulla mafia: la diffusione dell’odio virtuale. Educare alla legalità significa anzitutto educare, offrire i mezzi per comprendere quello che è sbagliato. In un giorno votato a questo, in memoria di chi per la legalità morì, la diffusione dei concetti di giustizia sociale è fondamentale. Perché se la mafia ha dovuto tirare indietro la mano è possibile anche che chi diffonde odio, in questi tempi cupi per il vivere civile, trovi un terreno sempre meno fertile, fino a marcire. D’altronde c’è sempre qualcosa di cui si parla meno di quanto si dovrebbe, qualcosa che si affronta male e che ci fa correre il rischio di trovarci davanti nuovi demoni annidati nelle coscienze dei più giovani. Educare alla legalità significa formare le coscienze critiche. E la memoria dei grandi è un’arma formidabile se affidata al buon senso. Perché non siano solo elenchi, non siano solo numeri. E non siano solo post.

Da Miglio a Musumeci: la lucida incoerenza di Salvini

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Gianfranco Miglio ci sta vedendo adesso realizzare i frutti di una vita di studi, di lavoro, impegno e sacrificio”. Così un verdissimo Salvini, dal luogo dove circa nove secoli orsono – secondo leggenda nordica – alcune città del Nord diedero vita alla Lega Lombarda, ha riempito gli occhi di migliaia di fedeli accorsi per vedere il loro ministro dell’Interno, già premier nel cuore di molti oltre che nei cartelli, nelle barbe, nei sorrisi, financo forse nelle corna posticce. Salvini sta quasi realizzando il sogno dei leghisti, con tanto di rilancio di una sorta di superlega europea, una cinematografica “Lega delle Leghe” che al solo pensiero ha mandato in visibilio i più.

In questo tripudio nordico il segretario/ministro ha omaggiato il passato citando – come detto – la storia della Lega, ossia Gianfranco Miglio. C’è un problema, però, che risulta doveroso affrontare, ed è un problema che risiede proprio nel concetto di ‘passato’. Bisognerebbe chiedere, al segretario del più storico degli attuali partiti italiani, come ci si debba comportare – noi amministrati dall’arringafolle – con la memoria. Se resettarla, cioè, o modificarla, tagliarla, cucirla, bollirla, friggerla, usarla come suola da scarpe. Perché non è che sia facile digerire uno che la usa come gli pare sbattendocela in faccia ai raduni e poi nascondendola quando diventa un problema. Perché Gianfranco Miglio rappresenta il paradosso estremo di Matteo Salvini. Per essere chiari: citare Miglio e avere come ospite sul palco Nello Musumeci è un ossimoro che manco Kundera ne “L’insostenibile leggerezza”.

Miglio può essere considerato il padre politico della Lega, padre che poi ripudiò il partito generato considerandolo rammollito e preferendogli un più estremo “Partito Federalista”. A Miglio l’Italia unita pareva una follia ingovernabile, al punto da arrivare ad auspicare per il Sud un governo considerato rispettabile (la mafia depurata in “clientelismo buono”) infilandolo in una ipotetica costituzione ad hoc: “Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. Insomma: a Miglio la Lega senza “Nord” avrebbe fatto venire l’orticaria. Figurarsi la Lega delle Leghe, lui che vedeva gli Stati moderni soppiantati da comunità neofederali. Ecco perché di ‘evoluzione’ non c’è nulla nella visione politica di Salvini, che parla degli insulti ai meridionali come se appartenesso al passato di un adolescente: dividi et impera è e resterà sempre il marchio del suo operare, e il pensiero fondante di Miglio in fondo scorre nelle sue vene, al di là della Sicilia e dell’Africa. È una lucida, lucidissima incoerenza la sua. Ed è solo e soltanto sua.

Il segretario leghista a Pontida ha tirato fuori il vecchio politologo quasi fosse una figura eterea, annacquandola nel mito del giuramento contro il Sacro Romano Impero del Barbarossa ed esponendola al pubblico applauso. E tutti lì ad osannarlo i suoi, con una visibile parte di elettori provenienti del centro-sud (qualcuno con tanto di stand sul suolo pontidese), gli stessi elettori che all’etereo Miglio avrebbero fatto venire in mente quell’assurdo “clientelismo buono”. La Lega veleggia, oggi, verso percentuali sempre più alte di voti, guardando all’Europa e usando un efficace “mammaliturchi” come concime per le urne, e c’è da chiederci se ce la meritiamo, noi tutti, mentre Salvini sciorina verità tutte sue che non appartengono alla storia. Perché è abbastanza evidente che l’apertura al Sud ha lo stesso scopo della chiusura dei porti: cambiando l’ordine dei respinti, il risultato non cambia. Prima a puzzare erano i napoletani, oggi i napoletani vanno a Pontida. Come i catanesi, i foggiani. E la puzza viene dall’Africa.

È una sistematica cancellazione e rivisitazione della memoria, con la promessa di un trattamento privilegiato rispetto a chi pretenderebbe di invaderci o di fregarci con oscure manovre bancarie orchestrate da gruppi segreti e potentissimi.

Il ministro dell’Interno, forte di una base di fatto appiattita su posizioni rigide e su una pesante assenza di autocritica, auspica un trentennio di vittorie leghiste, dipingendo un futuro europeo per i suoi. Ma se c’è una cosa che la storia non smette di insegnare è il valore della memoria, che fagocita anche i più grandi movimenti. Perché il tempo è galantuomo, e non ha coordinate spaziali sulle quali costruire castelli di carta.

Il buco col fascismo intorno

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Luciano Canfora, storico elzevirista del Corriere della Sera, qualche giorno fa in un pregevole articolo sul giornale di Fontana chiariva che il fascismo è vivo, e lotta contro di noi. Scrive, Canfora, della sua “capacità di riproporsi in forme aggiornate ben al di là delle formazioni esplicitamente neofasciste e perciò marginali”, spiegando che il proliferare di questa riproposizione è agevolato, in questo periodo, “dal baratro che si è venuto aprendo tra «sinistra» e «popolo»”.

Un baratro, un buco del quale sempre più spesso si sente parlare. Come un limbo, una enorme massa buia e impalpabile dentro la quale in molti si sentono precipitati e si ritrovano a galleggiare senza distinguerne contorni, rumori, odori. Lo smarrimento sembra essere il tratto distintivo che accomuna chi si ritrova annegato senza vedere una soluzione per tirarsi fuori. Chi ha visto lo strepitoso “Scappa – Get Out” di Jordan Peele potrebbe riconoscersi nel povero Andre che, sotto ipnosi, precipita nel “mondo sommerso” senza riuscire a riemergere nonostante gli sforzi.

Pensandoci, però, la soluzione non è venirne fuori. Fuori ci sono i nazionalisti difensori del popolo che aizzano le masse contro i poveri che vengono dall’esterno e contro i ricchi che si muovono in una mai definita oscurità europea, e difficilmente lì in mezzo ci si può riconoscere in qualcosa di diverso dalle urla e dal sempre più avanzante analfabetismo funzionale. È lì dentro, quindi, che bisogna rimanere, e perciò riconoscersi, organizzarsi, accendere una luce e iniziare a costruire.

Qualche settimana fa, nei giorni in cui il Governo definito “gialloverde” prendeva forma chiudendo in un epilogo stancante la surreale rappresentazione dell’incoerenza e del pressapochismo, presentavo un libro dal titolo vagamente nostalgico “Che fare?”. L’autore, Luigi Savoca, avvocato con una corposa storia nella sinistra italiana, attraverso un’ampia analisi sociale ed economica del secondo Novecento si chiede fra quelle pagine come fare per trovare un’identità di sinistra che non sia quella di falliti esperimenti partitici – come l’italiano Pd o il francese En Marche, mi vien da dire – ma che trovi nelle radici storiche e scevre dall’evoluzionismo elettorale che ha inseguito sé stesso nei decenni una ragione d’essere tale da accomunare i dispersi con semplicità. Alla fine della presentazione si è discusso di soluzioni, di riposte possibili a quel “che fare?”, senza però andare oltre un confuso dibattito su banche, economia, Cina, Russia, D’Alema il distruttore che resta sempre furbo e gli intellettuali che alla fine non hanno una vera utilità. Insomma: nessuna risposta.

Eppure non dovrebbe essere difficile: i principi di uguaglianza sociale, la necessità della cultura e del ritrovamento dell’onestà intellettuale, la capacità di autocritica e il rifiuto di qualsiasi estremismo a favore di una corretta analisi delle persone e delle capacità individuali dovrebbero essere principi non complessi sui quali cominciare a costruire. E allora cosa c’è di difficile? Cosa manca? Beh, probabilmente bisogna concentrarsi, tra le altre cose, su un elemento in merito al quale ci si è trovati d’accordo alla fine di quella presentazione: la mancanza di una figura di riferimento. Non c’è, non si trova. Qualcuno che conosca bene la complessità della situazione attuale avendo consapevolezza del passato e sappia parlare a chiunque senza salire su alcun piedistallo. Sì, potrebbe apparire la più retorica delle utopie, ma è talmente semplice da complicarsi da sola.

Perché in fondo i mezzi per venire fuori dall’avanzata del buio ci sono. Quante volte, in un solo giorno, si leggono sui social accuse che cercano di trovare legittimità nell’ignoranza? E le stesse, in quantità minore, circolano per strada, fra le piazze. La conoscenza viene additata come male, quasi fosse la veste di una crudeltà complice del disagio economico e sociale, crudeltà nei confronti di chi si ritiene costretto all’ignoranza, quella stessa ignoranza rivendicata un giorno sì e l’altro pure con un moto d’orgoglio. Basterebbe prenderla in mano, la conoscenza, e usarla senza abusarne, senza gonfiarla. Usarla per correggere il tiro, per riempire i vuoti. E dovrebbe farlo, sopra gli altri, qualcuno capace di zittire la confusione, i mugugni, le lagne, gli scherni, il senso di superiorità arrembante.

Perché sapere di non sapere può tornare ad essere la base della conoscenza. E può liberarci. Così magari in futuro non ci troveremo con un plebiscito a favore di un programma di governo che a tratti contraddice la storia della nazione e urta coi trattati internazionali, con un ministro degli Interni che fa leva sulla paura più che sulla speranza, con un ministro delle Infrastrutture che chiede ai Governi di intervenire su Organizzazioni non Governative, con un ministro per il Sud che dà la colpa dell’aumento del Pil ai condizionatori, con un ministro della Salute paladino – quasi suo malgrado – dei “no vax”, con sottosegretari che inneggiano all’Etna o considerano un complotto l’allunaggio. E chi più ne ha, per carità divina, se li tenga.