Da Napoleone a Salvini: quando gli esseri umani sono un intralcio

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Questa storia non è nota ai più, ma la documentazione esistente, purtroppo, ne attesta la verità.  Il 3 marzo del 1799, quasi al termine della Campagna d’Egitto (che ufficialmente finì nel 1801, ma che in pratica si rivelò un fallimento qualche mese dopo quel 3 marzo), Napoleone Bonaparte mise a ferro e fuoco Giaffa, che oggi è parte di Tel Aviv ma che già all’epoca era quasi un mito (secondo la leggenda a fondarla fu il figlio di Noè): nel giro di una settimana varcò le sue mura, maestose, e la prese, col suo esercitò che mostrò una particolare ferocia per via, probabilmente, della violenza esercitata sui messaggeri francesi inviati per trattare la resa della città prima di quella che fu poi la sua definitiva capitolazione. Ora: se l’assedio di Giaffa è più o meno noto per via dell’importanza della Campagna d’Egitto, meno noto è il modo in cui Napoleone trattò i prigionieri che fece a Giaffa. E forse è meno noto per l’orrore, freddissimo e quasi scientifico, con cui li trattò: in migliaia s’erano arresi (le fonti parlano di 2440 o addirittura 4100 Ottomani), ma per i tredicimila uomini di Bonaparte tutti quegli uomini rappresentavano un peso non indifferente, erano bocche da sfamare e corpi da sorvegliare o da portare in giro durante la Campagna. Così si decise per la fucilazione, di massa, e vista che le pallottole andavano risparmiate molti di loro furono finiti in punta di baionetta. Una strage.

Ora: com’è che m’è venuta in mente la strage di Giaffa? Lo so, è azzardato, però nella mia testa s’è acceso il ricordo di questo episodio storico quando per l’ennesima volta ho sentito che l’Europa lasciava in mare, al freddo dell’inverno che fa della distesa d’acqua un terribile non-luogo, 49 disperati. A bordo della Sea Watch e della Sea Eye c’erano donne, uomini e bambini, con poche risorse e moltissimo freddo, e nessun porto in Europa si apriva per loro. È vero, solo in Germania c’erano più di trenta città pronte all’accoglienza, ma la sostanza non cambia: la testa dell’Europa è sempre più spietata, e il cuore rimane indietro. Non verranno fucilati né passati di baionetta, quei 49 esseri umani, ma si è combattuta ugualmente una guerra sulla loro pelle, e ugualmente le loro vite sono state, sono e saranno considerate un peso. Hanno l’etichetta di rifiutati: sfamarli e dare loro una terra è stato considerato un problema.

Quanto siamo distanti dal 1799? Oggi consideriamo eroica la disobbedienza di Leoluca Orlando e dei sindaci che l’hanno seguito nel dire no a quel folle Decreto ‘Sicurezza’. “Non posso essere complice di una violazione palese dei diritti umani, previsti dalla Costituzione, nei confronti di persone che sono legalmente presenti sul territorio nazionale”, dice il sindaco di Palermo, e noi siamo qui sulle tastiere a ribattere le sue parole considerando il suo gesto di umanità un’eccezione a quella che pare voler diventare una regola. Regola, un glaciale tratto d’inchiostro: perché addirittura c’è chi sta dalla parte di Orlando ma si chiede se è il caso di fare come lui, e quindi di contravvenire alla regola. Quando invece si potrebbe finalmente alzare una sola, fortissima voce, capace di far vacillare pure quell’uomo al comando del Viminale, che dice che la gente è con lui, quella gente che lui ha deciso di ammucchiare dalla sua parte, lasciando al di là della sua ideale linea razziale tutti quelli che sono un peso, tutti gli ostaggi di questo folle, adolescente ventunesimo secolo.

Salvini dice che “chi aiuta i clandestini odia gli italiani e risponderà alla storia”: usa la più bassa delle retoriche, cercando di premere sulla pancia del suo elettorato e mettendo ancora una volta gli uomini contro gli uomini. Usa il termine ‘odio’ a suo vantaggio, accoppiandolo a uno dei termini a lui più cari, ‘italiani’, e chiama in causa la storia. Ma la storia, sebbene spesso coperta di polvere, non potrà mentire. Non può essere dimenticato il Bonaparte di Giaffa, non lo sarà mai, e mai verranno dimenticati i corpi costretti a sopravvivere sul mare, nerissimo e gelido, mentre i potenti d’Europa allungano le loro ombre brindando al caldo delle fiamme dei grandi focolari.

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Di antichi misteri, nazisti, e omicidi: con “L’Enigma del secondo cerchio” sbarco in libreria

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6 monaci uccisi – 5 assassini – 4 investigatori – 3 indizi – 2 cerchi – 1 mistero

Il mistero. L’idea della porta socchiusa nella stanza buia, e la necessità di andare ad aprirla, col cuore che indossa un tacco dodici e balla il tip tap dentro al petto. La fibrillazione che precede il momento della scoperta, quell’attimo di sospensione pneumatica, di fiato serrato, di annullamento di ogni altra emozione è sempre stato una vera e propria spinta.

Prendete, ad esempio, il momento in cui Holmes sta per svelare il mistero sul mastino dei Baskerville, o rileggete le righe fra le quali si scorge la soluzione del caso sull’omicidio di Ratchett nel treno più famoso della storia della letteratura, oppure provate a pensare alla scoperta agghiacciante della verità fra le pagine maledette della “Poetica” di Aristotele nell’abbazia trecentesca: sono distillati di eccezionali slanci d’ingegno. Ecco: io volevo provare a fare un salto simile, per tentare di regalare quell’attimo di sospensione in chi legge.

Ho scritto “L’Enigma del secondo cerchio” con la sola idea iniziale di rivestire una leggenda che circolava dalle mie parti, una storia con la quale ho avuto a che fare per via di un’inchiesta durata qualche mese su complicati fatti risalenti alla seconda guerra mondiale. Una piccola storia, con qualche fondamento da cercare nei libri e parecchio su cui ricamare. C’ho preso gusto, poi, e la storia è diventata più grande, ha camminato, è andata lontano e s’è riempita di personaggi: sono arrivati senza preavviso, senza darmi da pensare. Servivano, entravano. Li avevo visti, credo, in giro, da qualche parte. Forse solo un’occhiata per strada, al mare, in macelleria, in fila alla posta. Me li sono trovati fra le pagine, ognuno con la propria parte.  È vero, alcuni sono un tantino strani e di quando in quando si comportano in maniera singolare, però sono sicuro che da qualche parte esistano davvero.

E ho dato a tutti un enigma da risolvere, una cosa talmente complicata da costruire da farmi lavorare per mesi sulla stessa idea, fino a far quadrare il cerchio. Anzi: i due cerchi. Non so bene il motivo, ma m’è parsa cosa buona indagare sulle costruzioni crittografiche composte con i cerchi, quelle che usavano in Vaticano una decina di secoli fa, o poco più, per evitare che qualcuno capisse troppo sui documenti che uscivano. Per qualche motivo queste enigmatiche costruzioni hanno a che fare coi nazisti, come anche la leggenda che circola dalle mie parti, e mi sono detto: mettiamo insieme le due cose. Da lì in poi m’è sembrato buono mettere insieme pure altre cose che avevano a che fare con gli anni Quaranta del Novecento, e anche prendere una serie di personaggi storici, infilarli nei ricordi dei miei personaggi e mettere su un’impalcatura narrativa con delle fondamenta abbastanza solide, nonostante alcune cose potessero apparire al limite con la realtà. Ed ecco il mistero, la porta socchiusa nella stanza buia.

‘La Repubblica’ dice che è “una storia mozzafiato che, come di rado avviene nella letteratura italiana, ha il potere di tenere il lettore inchiodato alla pagina”, e a leggere queste parole non riuscivo a credere che parlassero di quello che io avevo scritto. Ma tant’è: mi tengo stretto l’endorsement.

Esterno notte. Un’auto si lancia sulle barche ormeggiate al porticciolo della Cala, sul mare di Palermo: prende fuoco all’impatto con le imbarcazioni, affonda. Gli inquirenti tirano fuori dalle lamiere un cadavere carbonizzato: suicidio?, si chiedono. E se lo chiede pure un cronista trentenne, che giunge sul molo insieme a un giovane ispettore di polizia. Tommaso – il cronista – ci vede una storia interessante, per via della stranezza dell’incidente/suicidio, e grazie alle informazioni che gli passa l’ispettore, suo amico, inizia a fare le domande che crede giuste: l’indagine lo porterà in fondo a una storia che va a finire dritta fra i giorni bui della seconda guerra mondiale, una storia alla quale si trova giocoforza legato e che lo mette contro dei tizi poco raccomandabili e intenzionati a trovare un oggetto quasi dimenticato, ma estremamente prezioso. Se volete dare uno sguardo all’incipit del romanzo cliccate qui, per gentile concessione di Dario Flaccovio Editore, a cui devo moltissimo.

Ci sono cadaveri, cunicoli sotterranei, personaggi singolari, un tantino di tedesco, il profumo della pasticceria isolana, un po’ di buona musica e qualche tocco di leggera ironia. Si chiama “L’Enigma del secondo cerchio”, e per risolverlo ci sono – conti alla mano – poche ore.

Piove, a Palermo, e qualche volta è bene ripararsi fra le camere dello scirocco e le vie quasi sconosciute dei Beati Paoli.

Rompere il dogma: la scoperta di Milgram e la lezione di Mimmo Lucano

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C’è poco da dire: Alessandro Cattelan è probabilmente il maggior talento che si può scorgere nel panorama dei moderni showman italiani. A Sky hanno da sempre una marcia in più. Parla, canta, si muove benissimo. E si circonda sempre di gente in gamba, il che rappresenta il vero valore aggiunto. Di conseguenza quello che fa, che propone, appare sempre scritto molto bene, con idee a volte semplici e d’impatto, divertenti, funzionali. Ricordo, ad esempio, una puntata di “E poi c’è Cattelan” dello scorso febbraio, ospite Gerry Scotti: a turno i due dovevano rispondere a delle domande seduti su una sedia che, nel caso di risposta errata, sarebbe diventata incandescente nel giro di un paio di secondi (“Gerry, scotti!”), facendo rischiare una vera e propria ustione alle parti basse. Idea divertente, ma non originalissima (segno comunque dell’attenzione degli autori sul panorama internazionale): una cosa del genere si era vista già, ad esempio, nel programma “How Evil Are You?” di Discovery Channel o nel reality show “Zone Xtreme”, ma con una differenza, e cioè che ai malcapitati anziché un’altissima botta di calore veniva inflitta una forte scossa elettrica (nel caso del reality show era solo simulata, all’insaputa del concorrente), e questo per un motivo preciso: gli autori si rifacevano all’esperimento di Milgram.

Sì, ho fatto questo panegirico per parlare di Milgram, ma anche per rendere omaggio a Cattelan.

È da un po’ che in rete si è tornati a parlare di Stanely Milgram (o, perlomeno, è da un po’ che me ne sono accorto) e a me in questi giorni è venuto in mente per un motivo preciso, cioè per capire se e quanto siamo capaci di allontanare da noi – quando sarebbe necessario – quel “dogmatico rispetto verso le istituzioni” che cantava Battiato prima di chiedersi “che cosa resterà di me? Del Transito terrestre?”. In fondo è quello che si chiese Milgram oltre mezzo secolo fa, e il fatto che oggi si ripresentino le sue domande è parecchio significativo.

“È possibile che Eichmann e i suoi milioni di complici stessero semplicemente eseguendo degli ordini?” è quello che nel 1961 si domandò lo psicologo statunitense. Cioè: ma davvero i soldati nazisti che rinchiudevano gli ebrei nelle camere a gas, o che uccidevano per strada, o razziavano, rubavano, picchiavano lo facevano senza rendersi conto del gesto in sé, e quindi semplicemente per non disobbedire?

Per rispondere Milgram reclutò dei volontari fra i 20 e i 50 anni per un generico “esperimento sulla memoria”, senza dare spiegazioni precise. I collaboratori di Milgram, chiamati sperimentatori, assegnavano dei ruoli ai volontari suddividendoli in insegnati e allievi mediante sorteggio. In realtà il sorteggio era pilotato: a tutti i volontari veniva assegnato il ruolo di  insegnati, mente quelli sorteggiati (falsamente) come allievi erano complici di Milgram. Una volta stabiliti i compiti, durante l’esperimento bisognava seguire un iter preciso: l’insegnate doveva fare delle domande all’allievo che se ne stava seduto su una sedia, e nel caso l’allievo avesse dato delle risposte sbagliate, allora l’insegnate avrebbe dovuto dare un impulso per una scossa elettrica, sempre più forte man mano che l’esperimento andava avanti. L’insegnate era osservato da uno sperimentatore ed esortato ad andare avanti nonostante l’allievo (che non riceveva davvero le scosse) mostrava sofferenza per gli impulsi inviati, fino al punto di simulare lo svenimento (o la morte) per l’impulso finale, il più forte.

“Continui, prego”, “L’esperimento richiede che contini”, “È assolutamente indispensabile che continui”, “Non ha scelta deve andare avanti” erano le frasi degli sperimentatori per spingere gli insegnati, i quali spesso si mostravano sì titubanti, ma poi conducevano l’esperimento fino alla fine, con la scossa più forte.

Milgram si aspettava che a spingersi fino alla scossa finale sarebbe stato il 3% dei soggetti volontari, ma il risultato fu sconvolgente: ben il 65% arrivò a infliggere l’ultimo impulso, e alle domande successive all’esperimento, come ad esempio: “Perché non si è fermato?”, le risposte degli insegnati erano spesso: “È lei che non me lo ha permesso, io volevo fermarmi!”. Il commento dello psicologo statunitense fu impietoso: “Finché continuano a pensare che gli ordini provengano da un’autorità legittima, i soggetti non si fermano. E se la cosa arriva a tali risultati nei casi in cui l’autorità è rappresentata da un uomo singolo di 50 anni, immaginiamoci l’effetto che può avere l’autorità di un vero governo nazionale”.

Ecco, a questo ho pensato quando ho appreso la notizia di Mimmo Lucano, il suo rifiuto di eseguire gli ordini dall’alto, infrangendoli, per aiutare dei poveri disgraziati. Lucano non sarebbe rientrato nel 65%, e probabilmente si sarebbe fermato subito se fosse stato fra i volontari di quell’esperimento. Il “dogmatico rispetto verso le istituzioni” può cessare di fronte l’ingiustizia: saper valutare con correttezza il peso sociale della decisione di un governo potrebbe anche cambiare le sorti della storia, scongiurando enormi tragedie. Come svegliarsi da uno stato di dormiveglia indotto. Come anticorpi che si battono dall’interno in un sistema malato.

Se dalla follia di Hitler, Eichmann e compagnia non siamo riusciti ad imparare granché, se l’esperimento di Milgram non è riuscito del tutto ad aprirci gli occhi, abbiamo ancora gente come Mimmo Lucano dalla quale poter imparare.

Governo Conte: chiacchiere e preventivo?

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Era giugno, e tutti imparavamo a conoscere il nuovo Presidente del Consiglio dei Ministri, Conte. Conte, il premier. Oggi lo conosciamo tutti, il premier Conte, e lo conosciamo proprio come “il premier Conte” – a me il nome, lo dico francamente, non viene mai in mente. Qualcosa è cambiato, quindi, almeno nell’ordine grammaticale. In me, però, sono rimasti alcuni termini di paragone acquisiti all’alba dei gialloverdi: a giugno, ad esempio, scrivendo di lui e del suo discorso al Senato (le vibranti tredici parole spese contro la mafia), mi venne in mente il finale epico de “Gli intoccabili”, paragonandolo all’aula che si alza in piedi e urla “fuori la mafia dallo Stato”, e oggi il film di Brian De Palma mi è tornato in mente, sempre grazie a il premier Conte.

Stavolta a bussarmi in testa è stata la memorabile frase di De Niro/Capone: “Sei solo chiacchiere e distintivo”. È arrivata senza preavviso, non appena ho letto della questione delle coperture economiche in merito al decreto sul ponte di Genova, dopo i ripetuti annunci del premier. Subito dopo ho letto pure la questione dell’abolizione della povertà targata Di Maio, e nella mia testa la voce di De Niro ha cominciato a urlare “sei solo chiacchiere e preventivo!”. Chiacchiere e preventivo.

Perché a questo punto la questione pare finalmente delinearsi, almeno ai miei occhi: l’era dei proclami sta per finire, e a breve gli uffici presenteranno il conto. Perché è più che plausibile che durante la campagna elettorale si facciano proclami – Salvini con le accise sulla benzina è un esempio che i trattati di scienze politiche potranno utilizzare, un po’ come il memorabile milione di posti di lavoro di Berlusconi – ma che si continuino a fare durante il mandato, e per di più a seguito di una tragedia, diventa intollerabile. Ed è per questo che, a vederla male, il conto potrebbe arrivare a breve.

Preventivi, sempre preventivi, annunci, proclami. Il reddito di cittadinanza, ormai, sta per crollare sulle teste degli eletti (e pure dei non eletti, considerando l’ex gieffino Casalino che non capisce come non si possano trovare “dieci miliardi del c…”), e la tensione sale: le coperture – è ogni giorno più evidente – sono difficilissime da reperire, e il ministro Tria è abbastanza probabile che lo sappia. Il suo braccio di ferro per la questione del Pil sa tanto di tentativo di evitare che resti col cerino in mano: se dovesse succedere (tocchiamo ferro, facciamo corna, buttiamo sale in aria) che i mercati arrivino a divorare l’Italia non vorrebbe mai che a Piazza Affari il suo nome finisse appeso ai monitor.

Solo che i proclami a lungo andare cominciano a diventare troppi, talmente tanti che uno non riesce più a scordarseli – come dovrebbe essere nello status stesso dei proclami: uno li lancia, poi si perdono – Si accumulano. In questi giorni alcuni giornali hanno riempito le pagine con la cronologia post-crollo:  dal 18 agosto al 23 settembre si sono susseguite 18 notizie da prima pagina che avrebbero dovuto culminare nell’agognato decreto con tanto di nome del Commissario alla ricostruzione, ma il 26 settembre spunta fuori l’indiscrezione dei puntini di sospensione al posto delle cifre, col Ministero delle Finanze che storce il muso e sembra chiedere “ma come dovremmo lavorare noi?”. Il giorno dopo, a seguito dei pugni sbattuti sul tavolo da Conte (che forse in lontananza sentiva la voce di De Niro), fonti del Ministero riferiscono che “Il decreto è stato bollinato”, come se quella storia delle cifre mancanti non fosse mai esistita, solo che sugli “omissis” resta un imbarazzo, lì al Ministero, che conferma l’andatura dei proclami.

Alla luce di questo non si capisce proprio come Di Maio possa andare in tv (lì dove nel paleolitico del Movimento vigeva un terrificante divieto) e lanciare una sensazionalistica abolizione della povertà. Abolizione. Cavolo, a me fa venire in mente le ristrutturazioni delle case imbarcate dalle giovani coppie che si lanciano sui mutui, col computo metrico dell’ingegnere che dice una cosa, promette uno sforamento al massimo del 5 o 10 per cento, e con un lento salasso giorno per giorno (“serve un calorifero anche lì”) e il conseguente risultato dell’abbandono delle prospettive iniziali dopo aver superato il 10 per cento già prima del giro di boa: inevitabile finale con cestinamento del computo metrico e relativa promessa di non fare mai più scelte simili, in attesa di capire come affrontare le spese degli anni a venire.

Il countdown, comunque, sta per giungere al culmine: il 20 ottobre c’è in calendario, per il Parlamento, la legge di bilancio, e a quel punto rimarrà solo da capire se a temere l’ira del tanto amato “popolo” dovranno essere i tecnici del Mef o quelli che li odiano perché “questi non ti permettono di capire”.

Bonisoli, la Lega e la cultura sotto il fuoco amico

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“La conservazione può anche essere fatta rimettendo sotto terra quello che si è trovato, perché lasciarlo a vista potrebbe significare permettere all’incuria di distruggerlo”.

“A volte ci sono i lastroni di vetro che fungono da pavimento….”

“…dove poi c’è tantissima condensa. E se la manutenzione non è ordinaria ma è un evento straordinario che avviene ogni dieci anni viene compromessa la conservazione del manufatto. Quindi forse è meglio seppellire piuttosto che continuare a scavare e non avere poi i soldi, cioè il denaro pubblico, per potere conservare correttamente”

“È triste questa cosa”.

“È tristissima, ma è una realtà con cui bisogna fare i conti”.

È passato qualche anno, ma questo dialogo non me lo sono scordato: lo registrai durante un lavoro d’inchiesta su un’importante area archeologica ai piedi dell’Etna, area che in buona parte si trova ancora sottoterra. Nello specifico discutevamo di una grande vasca di marmo contenete ex voto millenari, vasca scoperta e poi tornata sottoterra con gli ex voto, seppellita perché in quel modo si sarebbe conservata. Sorrideva amaramente l’archeologa che mi spiegava questo modus operandi che sul momento considerai strano e incredibilmente ingiusto. E in questi giorni ci ho ripensato, perché sono successe due cose: il titolare del dicastero che ha sulle spalle i Beni Culturali ha fatto una infelicissima battuta sulla storia dell’arte e sul fatto che il suo insegnamento andrebbe abolito, e uno dei due partiti di governo ha sostanzialmente ammesso di aver fatto uso distorto di 49 milioni di euro pubblici, patteggiando una comodissima restituzione quasi secolare.

Ecco: non poteva non venirmi in mente quel dialogo. I beni culturali vengono continuamente presi a calci, la memoria artistica del Paese – che è anche storica – diviene addirittura oggetto di scherno senza considerare minimamente gli effetti che la frase di un ministro ai BBCC può provocare sugli studenti. Per di più il Paese con il numero più alto di siti UNESCO dell’intero pianeta deve fare i conti con un Governo che per metà è retto da un partito reo di aver praticamente sottratto, per sua stessa ammissione, milioni di euro che avrebbero potuto tirare fuori centinaia di migliaia di vasche di marmo millenarie contenenti ex voto, oltre che valorizzare aree importanti, tenere aperti musei, ridare vita a borghi dimenticati, migliorare la formazione…

Insomma: quanto vale l’arte per la politica? Perché, si sa, l’arte non è democratica, non pende da nessuna parte, non ha un baricentro. L’arte è un fatto umano che non risponde a logiche clientelari, ma può subire ripercussioni pesanti da chi, sulle logiche clientelari, basa il suo potere. La tendenza dei fatti artistici a smuovere le masse, a creare opinione e a farsi veicolo d’idee chiaramente può fare paura. Lo ha reso evidente Hitler: l’astrattismo, la visione moderna dei corpi, l’avanguardia come critica agli Stati moderni erano per lui insopportabili, e a questo contrapponeva il classicismo, i paesaggi lineari, i corpi di Michelangelo, Tiziano, Caravaggio. Si incaponì, Hitler, contro le opere di Picasso, Chagall, Kandinskij, Matisse, e poi rubò, rubò centinaia di migliaia di opere d’arte, portò all’ennesima potenza l’idea di Napoleone, che voleva legittimare con l’arte il potere, nutrendosi quasi della bellezza dei suoi avversari (il che, forse, porta dentro di sé un violento germe di romanticismo).

Oggi però succede una cosa diversa: l’arte viene quasi snobbata, nessuna crociata si intravede, nessuna battaglia. Nessuna idea. Nessuna. Dopo il responsabile scuola della Lega che vorrebbe rendere legittima la sua terza media facendo sapere che basta “respirarla”, la scuola, arriva il ministro che ti dice che in storia dell’arte andava male, e fosse per lui l’abolirebbe. Nessuna idea, quindi, nessuna prospettiva di crescita, ma scherno. Scherno seguito dall’immancabile “era una battuta”. Che nell’era dei social suona come il “non l’ho fatto apposta” di un bambino che ha rotto un lampione a seguito di una pallonata: il vetro è in frantumi, ministro Bonisoli, e un sorriso di circostanza non metterà certo insieme i pezzi.

Populismo, l’abito dei mediocri

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C’è questa sorta di entità che si aggira per l’Europa, che pare abbia investito gli Stati Uniti e dio solo sa dove possa arrivare. Se colonizzare pianeti o formicai. Eppure c’è, si percepisce. In Italia se ne parla da un po’ di anni, dopo che a lungo se n’è parlato nel tempo che fu. Anzi: in Italia è stata rivendicata. Nel 2013 Beppe Grillo, nel suo blog, parlò di uno “spettro” che i “poteri forti” in Europa dovevano combattere, spettro  la cui “versione italiana” era – a detta sua – il M5S. Insomma: che diavolo è il populismo? È il Movimento 5 Stelle? Veramente?

Giorni fa in Svezia si sono tenute delicate elezioni, e fra le righe della stampa italiana ci si chiedeva se fosse o meno il caso di considerare un’alleanza o di alzare un muro in merito all’avanzata dei populisti. …L’avanzata dei populisti. Che uno immagina il quadro di Pellizza Da Volpedo spammato su tutti i social che viene fuori dalla cornice, coi suoi milioni di volti barbuti e le mamme coi bimbi in braccio. Magari non vaccinati. Tutti ad avanzare verso i palazzi grigi e zeppi di denaro nascosto nelle fodere dei divani. Ma che diavolo è il populismo? È di destra? È di sinistra? Se fosse il Movimento 5 Stelle, allora effettivamente non sapremmo dove collocarlo. Ma è così?

Storicamente è stato un po’ dappertutto: pare sia partito a tutti gli effetti nella Russia di fine Ottocento sulle spalle dei contadini e contro la società industriale di stampo occidentale, e da lì sembra si sia spostato proprio nella società occidentale, negli Stati Uniti, con idee simili, ma secondo qualcuno troverebbe le radici ben prima, e cioè nel bonapartismo e nella rivoluzione francese. In pratica: non si sa bene. Sì, ci sono libri sul populismo, persino un romanzo al quale lo si lega a doppio filo, ma alla fine della fiera non si capisce bene.

E quindi che diavolo è il populismo? Non si sa. C’è chi lo esalta, chi lo usa per accusare. Un bel po’ di accusati lo fuggono come la peste. E badate bene: accusarono di populismo Hillary Clinton e accusarono di populismo Sarah Palin. Beh, se non è confusione questa… Il populismo è uno spettro davvero, ma uno di quelli che non si capisce bene. Quando appare può farti del male o del bene. Non si sa, vallo a capire. Quello che si sa è che non lo distinguiamo, non lo mettiamo a fuoco. È passato di qui, magari è ancora dietro l’angolo, se fai una corsa forse lo raggiungi. Come? È già andato via? Ti giuro che l’ho visto.

Il populismo è a tutti gli effetti l’emblema dei momenti storici confusi, dove si urla, dove si cercano i colpevoli, e quando si urla in massa i colpevoli sono sempre quelli che hanno qualcosa in più. Più soldi, e questo è normale, ma anche maggiori informazioni, una cultura più ricca. Perché quel qualcosa in più, qualsiasi cosa sia, genera sempre il sospetto, e il sospetto genera rabbia in mezzo a sguardi corrucciati e urla soffocate.

Secondo Domenico Fruncillo, docente di Scienze Politiche, i politici populisti “tendono a promettere politiche e provvedimenti di ogni genere con il chiaro intento di rassicurare i soggetti che si sentono esposti ai rischi derivanti dai cambiamenti socio-economici che potrebbero provocare una ‘deprivazione’ rispetto alla condizione attuale o una frustrazione delle aspettative future”. Ecco: rassicurazioni contro la confusione. Gli studi di Comunicazione insegnano che i movimenti che vanno sempre e comunque ‘contro’ utilizzano argomentazioni semplici ed immediate, in modo da ottenere la giusta efficacia sulle masse intimorite da qualcosa che sta al di là.

La società moderna è estremamente veloce, tutti citano Bauman e la sua liquidità, trovando lì dentro la spiegazione in merito alla facilità con la quale gli aspetti negativi dell’era moderna dominano facilmente le masse. E magari non hanno torto: è questa velocità, questo scivolare via degli argomenti a mo’ di anguille che genera il panico e fa venire fuori nuove divinità dal lessico facile facile e dalle soluzioni a portata di mano.

E adesso cosa vi state chiedendo? Vi state chiedendo se per caso voglio dire che i politici che puntano il dito si rivolgono a masse di imbecilli e da loro ottengono i voti? Se intendo dire che il motore di questi movimenti sono i cosiddetti analfabeti funzionali, boccaloni col cellulare in mano e i soldi sotto al cuscino? No. Cioè: non proprio. Credo, sì, che ci siano masse di idioti, che ci siano sacche di umanità che esaltano il libero sfogo, verbale e fisico, nutrito dalle parole facili, ma non penso soltanto questo. Credo che peggio di questo ci sia la mediocrità. Credo che il populismo, qualunque cosa sia, non abbia alcun colore. Che sia inodore come l’acqua distillata, e come questa pericoloso se assunto in dosi elevate. Decalcifica, ci toglie la spina dorsale. Ed esiste un elevato numero di persone che questo lo capisce, ma che a questo non dà importanza. Anzi: gente che sa che può esserci un’altra via, ma che sa anche che intraprenderla potrebbe comportare uno sforzo, e allora si sta meglio dove non c’è fatica reale. Almeno per ora. Eccoli qua i mediocri.

Il filosofo canadese Alain Deneault ha pubblicato un libro, da poco uscito in Italia, che parla di questo fenomeno: “La Mediocrazia”, nel quale spiega che “non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di comparabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere”. Perché il populismo non ha la stessa anima in ogni epoca, e se animato da fini simili non ha tuttavia attori simili e masse ugualmente consapevoli: oggi, in questi giorni così confusi, i mediamente competenti vengono elevati a discapito dei maggiormente competenti, e di questo fa le spese lo spirito critico.

Insomma: stiamo assistendo al rincoglionimento della società, e restare senza far nulla potrebbe farci ritrovare come i tizi chiusi nelle capsule di ‘Matrix’, immersi nel liquido amniotico. Però dai, abbiamo ancora la possibilità di scegliere la pillola giusta. Che poi – chissà perché – era quella rossa.

Salvini: politica, propaganda e inferno

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Per un periodo della mia vita c’è stata una cravatta a farmi compagnia, durante il lavoro, chiusa il più delle volte in borsa. Col pc, la moleskine, le penne e la macchina fotografica lei se ne stava buona, arrotolata su sé stessa. Lavoravo a un centinaio di metri da Montecitorio e mi capitava di andare lì, al palazzo, per le conferenze stampa: la cravatta, una volta dentro, doveva far parte della mise, e a gruppetti spesso le tiravamo fuori mentre, sulla porta, gli uscieri controllavano l’aspetto con fare vagamente annoiato, prima di passare ai documenti. È stato un bel periodo, anche se faticoso. Una volta mi intrufolai fra i fotografi per riprendere il Consiglio dei Ministri prima della conferenza, salvo sentirmi tirare dal collo da un usciere che considerava la mia piccola Canon decisamente fuori luogo per un ambiente di fotografi veri.

Sì, mi capitava di provare a curiosare lì, dentro quelle sale, fra corridoi lunghissimi e stanze e stanzette. Ogni tanto ci entravo, nelle stanze, per realizzare o seguire delle interviste, e in quel caso potevo assistere, fortuitamente, a improvvisate riunioni fra gruppi. Conservo ricordi singolari di queste riunioni, ricordi che hanno fatto maturare un’idea di politica abbastanza differente da quella che avevo annidato nella mia testa durante gli anni universitari. Perché non erano rari i ragionamenti costruiti unicamente sul concetto di do ut des, al netto delle ideologie, e a volte rimanevo colpito da alcuni esponenti dei partiti più vicini alle mie idee che facevano quasi i conti col pallottoliere pur di portare a casa una mozione, sacrificandone magari due o tre sulle quali uno come me avrebbe fatto le barricate. Insomma: pensavo ai ragionamenti nelle piccole sezioni locali che venivano accartocciati in discussioni di profitto politico, con veri e propri scambi da mercato delle idee. Questo, chiaramente, avveniva ad ogni latitudine: destra, sinistra, centro e sfumature varie.

Cominciai, da allora, a considerare la politica come andrebbe considerata. In modo realistico, quello fondato sulla storia. E oggi ci ripenso. Ripenso a cosa è la politica. A cosa sono i partiti e a come ci si muove nelle lotte per ottenere un successo. E ci ripenso perché continuo ad osservare, senza cravatta ma con la stessa curiosità di allora, le mosse del Governo attuale, quello chiamato “gialloverde”. Non ci vedo più politica. Non riesco a vedere manovre dietro i proclami. Vedo una instancabile, continua propaganda. Che è diversa, totalmente diversa, dalla politica. Treccani ci dice che la propaganda è “un tentativo deliberato e sistematico di plasmare percezioni, manipolare cognizioni e dirigere il comportamento al fine di ottenere una risposta che favorisca gli intenti di chi lo mette in atto”. E questa non è politica.

Brandire i simboli di una religione non è fare politica: è chiara propaganda. Far leva sul dogma, sul rispetto antico e annidato nelle coscienze dei più in un Paese che contiene il Vaticano significa tentare di accrescere il consenso, e basta. Non c’è niente di religioso, niente di sacro, niente di spirituale. Tutto il contrario. Perché anche il più debole ragionamento renderebbe chiaro come questo modo di fare sta all’antitesi della religione: sfruttare le coscienze offrendo una visione parziale e chirurgicamente privata dei concetti fondanti va contro la religione stessa. È una bugia, per dirla con semplicità. Con la stessa semplicità con cui si parla di crocifissi.

Salvini nei fatti si comporta andando contro quello che è predicato nei Vangeli, e sulla carta lo si potrebbe non far notare, se non fosse che sfrutta proprio i Vangeli per comportarsi in quel modo. E allora che gli volete dire ai preti che scrivono “rispetto a quanto accade non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi”? Che gli volete dire a quelli che pubblicamente affermano “non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto”? Gli volete parlare dei pedofili, delle opulenze, del massacro del tredici ottobre del 1307?  E che c’entra? Che c’entra con la religione? A essere pedofili sono gli uomini, così come a sfruttare le ricchezze. La religione è un’altra cosa, ed è abbastanza retorico ricordare che di sacerdoti venuti su come dio ha comandato ce ne sono tanti. E la religione in quel caso è dalla loro parte. Va riconosciuto, che uno sia credente o meno. Io quelle parole le sento pronunciate da loro, da quei sacerdoti. Dalle loro periferie, dalle loro missioni. Non è umanamente accettabile un uso distorto della religione, qualunque essa sia. Insomma: piombare indietro di 1700 anni, ai tempi della battaglia di ponte Milvio con Costantino che vede la croce in cielo e lo dice in giro per mostrarsi invincibile, non è davvero plausibile. Non è plausibile farlo, e farlo solo per giustificare la parte peggiore della coscienza dell’Italia. Anche perché oggi a vincere con quel segno, cioè sotto il simbolo di un uomo che sulla croce dona speranza al ladro che ha accanto dicendo che se lo porterà in paradiso, non può essere chi se la prende coi disperati. Insomma: se un altro mondo c’è e voi ci credete e lo predicate, e allo stesso tempo inneggiate all’uomo dei crocifissi nei porti, brucerete all’inferno. Magari nel girone degli stronzi.